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Comments by Commenter

  • Brunella Casalini

    • Nell’umanità, però, l’operare dello spirito può progredire solo in quanto co-operare, ovvero quando il successo dell’attività dell’uno non supplisce semplicemente a ciò che manca all’altro, ma ingenera in lui entusiasmo, così da far venire alla luce quella forza universale e originaria che s’irradia negli individui solo in modo particolare o derivato. Per questo motivo, l’organizzazione interna di questi istituti deve creare e conservare una cooperazione ininterrotta…

       

  • Cleonice Tenore

  • davidbertioli

  • Fabio Mazzocchio

    • Il contributo risulta molto chiaro nell’esposizione e coerente nell’organizzazione tematica. Puntuali i riferimenti teorici e bibliografici. Interessante sul piano ermeneutico ed esplicativo il confronto che l’autore propone tra il paradigma politico-filosofico antico e quello moderno. Condivisibile la tesi circa il carattere “impolitico” della Modernità, alla luce della teoria politica classica (e della successiva scissione tra antropologia ed etica che si consuma a partire dalle riflessioni dei padri della modernità politica). Su tale sfondo, l’articolo ben illustra l’opposizione tra realtà e costruzione ideologica in riferimento alla categoria di Popolo e ai tentativi di fondazione “dal basso” dello spazio politico senza “sostegno ontologico”.   

  • Francesco Scotognella

    • Ringrazio la professoressa Maria Chiara Pievatolo per il prezioso commento.
      Nonostante il numero di casi riportati in questo lavoro sia esiguo, tali casi evidenziano che il mutuo appoggio tra scienziati non è un residuo del passato. Shechtman scrive il suo fondamentale lavoro sui quasicristalli negli anni ottanta, mentre Baessler scrive il suo lavoro sul trasporto nei semiconduttori organici negli anni novanta. Si può aggiungere l’esempio più recente, datato 2017, della pubblicazione di Gabriele D’Avino e coautori confutante una teoria sulla ferroelettricità proposta dal premio Nobel James Fraser Stoddart [1,2].
      Anche Perelman, con la sua soluzione alla congettura di Poincarè, può essere considerato un parresiasta che, al posto di cercare un consenso nel collettivo di pensiero, carica i suoi tre lavori su arXiv. Altri matematici, studiando pazientemente i suoi lavori, gli daranno ragione.
      Se si facesse un’analisi sul rapporto tra lavori scientifici “parresiastici” e totale delle pubblicazioni scientifiche, si troverebbe un numero molto vicino allo zero. Nondimeno, tali esempi fanno ben sperare circa la sopravvivenza di questa modalità di comunicare la scienza.
      Difatti, la proposta di Pievatolo di considerare il mutuo appoggio tra scienziati un ethos tra i tanti possibili è più che ragionevole. La stragrande maggioranza della ricerca accademica è schiacciata dai collettivi di pensiero. Ma, se da un lato, l’omogeneizzazione delle argomentazioni e il rapido susseguirsi delle mode, descritte brillantemente da Lucio Russo, sono innegabili, va tuttavia sottolineato che, nell’abbondare di modalità per esporre la propria teoria o modello (abbondanza di archivi e riviste), il parresiasta ha strumenti per essere ascoltato dalla comunità scientifica.
      Tenendo conto della crisi della comunicazione scientifica giustamente menzionata da Pievatolo, che richiama quanto scritto da Shawn Cunningham e John Ziman, il mutuo appoggio al parresiasta può funzionare al meglio nella modalità di accessibilità totale ai risultati scientifici.

      [1] G. D’Avino, M. Souto, M. Masino, J.K.H. Fischer, I. Ratera, X. Fontrodona, G. Giovannetti, M.J. Verstraete, A. Painelli, P. Lunkenheimer, J. Veciana, A. Girlando, Conflicting evidence for ferroelectricity, Nature. 547 (2017) E9–E10. https://doi.org/10.1038/nature22801.

      [2] “‘Quei calcoli erano sbagliati’”, ricercatore italiano svela l’errore del Nobel per la Chimica Stoddart, la Repubblica. (2017). https://www.repubblica.it/scienze/2017/07/26/news/_quei_calcoli_erano_sbagliati_ricercatore_italiano_svela_l_errore_del_nobel_per_la_chimica-171690576/ (accessed November 23, 2021).

    • Ringrazio il dottor Vincenzo Aglieri per questo commento pertinente e acuto.
      Mi scuso per non avere sottolineato abbastanza in questo lavoro il mio intento di postare l’accento dal pluralismo metodologico di Feyerabend, dove ogni modello è accettabile basta che funzioni (quindi una sorta di anarchia metodologica), alla descrizione di una comunità scientifica anarchica, in quanto non democratica (uno scienziato non cerca la maggioranza dei consensi con la sua teoria) e non autoritaria [1].
      La visione di una comunità scientifica composta di scienziati che sono costretti a trovare, e valutare, la teoria migliore è suggestiva. Infatti, il mutuo appoggio può essere visto come solidarietà tra scienziati, ma anche come un processo molto efficace nel metodo scientifico, che permette di verificare nel modo più rapido la validità di una teoria. Ma questo si vede a posteriori: dopo le verifiche della comunità scientifica si affermerà la teoria del parresiasta. Prima e durante la sfida tra parresiasta e autorità, l’influenza del collettivo di pensiero, di cui l’autorità è parte, ostacolerà l’affermarsi della teoria più efficace. Si pensi alle fatiche di Ignaz Semmelweis durante tutta la sua vita.

      [1] F. Scotognella, Scientist As Parrhesiastes, European Scientific Journal, ESJ. 17 (2021) 1–1. https://doi.org/10.19044/esj.2021.v17n25p1.

  • Gian Francesco Esposito

  • Giovanni Molteni Tagliabue

    • Professor French’s comment is particularly valuable, owing to his dual experience as an academic and an elected official (former Member of the National Assembly as well as Minister of Communications in Quebec), therefore being well placed to make observations on my hypothesis of “professors on politics”, to paraphrase the title of an interesting article by Professor French himself (see in the References). His kindly expressed scepticism is welcome.
      But a basic misunderstanding regarding my imagined institutional framework must be corrected: in my view, academics who stand to be elected in the National Scientific Assembly (or similar bodies at more restricted geographical levels) are NOT elected “by their peers”, but by the general electorate (universal suffrage) – as traditional party politicians would still be in the parallel legislative chambers and bodies. Otherwise, it would be a half-epistocracy: an arrangement which is actually proposed by other authors; I reject it on the grounds that it would be a betrayal of a basic democratic principle.
      Furthermore, I am not so blindly optimistic to believe that elected scientists would be “immune to the many pathologies of democratic representation”; but I argue that they would have incentives and motivations which can be in good part different (aiming more at the common good) from those which guide the dynamics of party politicians. I understand that I should stress this point more in the amended/enriched version of my text, which will follow the collection of reviewers’ comments.

    • Thanks for the comment to Professor Vibert, who is an expert in the field of unelected policymakers i.e. non-majoritarian institutions such as independent authorities.

    • Thanks to Dr. Bertioli, a Canadiam plant geneticist who works on the creation/breeding of improved cultivars. Since he is involved in regulatory matters regarding agri-food biotechnologies, I would appreciate a further comment from him: does he think that a renewed institutional framework of the kind I have outlined would help legislation and governmental action to be better science-informed? (By the way, it is worth noting that Canada is one of the few – if not the only – jurisdiction in the world in which agri-food regulation follows some basic scientific principles.)

  • John Christian Laursen

  • Maria Chiara Pievatolo

  • Richard French

    • Giovanni Tagliabue thinks democracy is broken and there is lots of evidence that he has a point. He also thinks that science – or rather, scientists – can fix it without discarding the legitimacy which the popular vote confers. The mechanism is to be a bicameral system, one chamber of which, if I am not mistaken, will look more or less like our current legislatures, and the other of which will be composed of scientists and academics, elected by their peers. Legislation would require reconciliation between the two chambers; if the differences turn out to be insuperable, the people would choose in a referendum.
      His exposition of this idea is supported by great erudition and extensive reference to the literature. His argument will be highly controversial, as no one else has ever gone to quite as much effort to document the case as practice, nor has been quite as optimistic about the political culture and role of experts, who are portrayed as more or less immune to the many pathologies of democratic representation. His challenge to the conventional wisdom is extensive and thorough-going. Whether his vision is viable or not, the issues he raises merit our attention and concern, and he is to be congratulated for his dedication to raising them.

      Richard French
      University of Ottawa

  • Sara Mollicchi

    • Nel paragrafo 4. si afferma che la «prepotenza normativa» dei principi sui quali dovrebbe fondarsi una buona società «è tanto più forte quanto meno risulta sostenuta da un resoconto dell’uomo che sia coerente con essi». Questo passaggio riprende l’idea, più volte presentata nell’articolo, che quanto più i principi etici e politici risultano privi di una fondazione nella natura umana, tanto più i moderni sentono in qualche modo di dover supplire a questa incompletezza accentuandone la natura imperativa e potenzialmente manipolatrice nei confronti della realtà. Qui potrebbe forse essere utile apportare dei chiarimenti sul significato del termine «fondazione». In molti passaggi mi sembra che esso si riferisca alla possibilità di giustificare razionalmente i principi e le norme alle quali si aderisce, tanto che, venuta meno la fondazione, si cade nella loro invocazione retorica, in un atteggiamento decisionistico, o nell’illusione di poter fabbricare i propri valori. D’altra parte la «fondazione», in termini metafisici, si identifica anche con la presenza nella realtà di quelle condizioni che rendono possibile la realizzazione concreta dei principi etici e politici. In linea di principio, credo che si possano distinguere le due letture del tema della fondazione: un conto è essere in grado di mostrare che alcuni principi dovrebbero essere perseguiti anche se potrebbe essere difficile farlo, un altro è indicare le ragioni in base alle quali si può avere fiducia che, in un giorno anche molto lontano, i principi in questione informino la realtà. Ora, è possibile che la «prepotenza normativa» dei principi etico-politici, in linea di principio, scaturisca più facilmente dall’eliminazione dell’idea di «fondazione» nel secondo senso, piuttosto che nel primo. Probabilmente Machiavelli non riesce ‒ anzi, come viene sottolineato, neanche ci prova ‒ a offrirci delle ragioni per le quali dovremmo essere retti e coraggiosi come i Romani, né Rousseau riesce spiegarci cosa ci sia di sbagliato nel sottometterci a leggi che non abbiamo noi stessi deciso. Ma il fatto che si debbano escogitare continui stratagemmi per far agire correttamente uomini «rei» e che la figura semi-divina del Legislatore debba intervenire a trasformare la «moltitudine» in un «popolo» dipende da questo? Si può immaginare di sapere in cosa consiste la virtù politica e di saper offrire ottime ragioni a suo sostegno: ad esempio, una ricostruzione di come sia adeguato alla natura umana cercare di realizzare questa virtù. Eppure chi ascolta, o anche chi parla, può in concreto essere incapace di incarnare questa virtù. La reazione a questo problema che, seppure in maniera molto generica, credo di poter rintracciare nella metafisica greca consiste nel negare la sua esistenza, o, almeno, la sua rilevanza . Questa, se non sbaglio, è la ragione per la quale le due nozioni che ho indicato possono saldarsi e sostenersi a vicenda nella metafisica antica. Operando una (forse troppo) forte semplificazione, possiamo riassumere lo schema di ragionamento in questo modo: se abbiamo buone ragioni da offrire in favore della virtù, esse funzioneranno nel convincere le persone a comportarsi in maniera virtuosa, perché le persone sono tali che per natura tendono a comportarsi secondo ragione ‒ anche se non sempre  ci riescono; se è proprio della natura della quale siamo parte seguire un ordine razionale, possiamo avere la ragionevole speranza di trovare una descrizione appropriata di quest’ordine ‒ anche se in questo momento non sappiamo quale sia, o forse ci sono alcuni aspetti di esso che ci sfuggono. Una delle ragioni per le quali il pensiero moderno non accetta questo modo di ragionare, credo, è il colpo molto potente che la descrizione dell’interiorità umana offerta dai primi cristiani ‒ e non solo ‒ ha assestato a questa concezione del senso morale e della motivazione morale.

  • Vincenzo Aglieri

    • A margine di commenti più autorevoli che sono già stati formulati circa questo articolo, mi permetto di inserire un breve pensiero, cogliendo l’occasione per ringraziare gli editori che curano questo progetto veramente “open” e il prof. F. Scotognella per gli interessantissimi spunti di riflessione che ha offerto.

      L’articolo “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio” propone al lettore la figura del parresiasta anarchico in grado di imporsi contro il potere scientifico costituito, mettendo a rischio la propria carriera nel mondo già precario della scienza, pur di propugnare una teoria/modello scientifico che secondo questi può portare a nuovi sviluppi. Come risultato del suo operato, il parresiasta fa emergere il meccanismo di “mutuo appoggio” fra scienziati, che ha come risultato un processo di auto-critica che la scienza si impone mediante i suoi collaborativi celebranti, grazie al quale si giunge a scienza nuova.

      Una delle parole chiave in questo articolo è: anarchia. Sebbene la spinta alla sfida dei collettivi di pensiero che in un dato momento tengono le fila del clero scientifico sia di chiaro stampo anarchico, la chiosa sembra allontanarsi alquanto da una tale prospettiva. La scienza è uno strumento che deve permettere uno studio quanto più accurato possibile della natura; non ci sono alternative. Se il modello/teoria scientifica usato fino ad un certo momento storico non riesce a spiegare nuovi eventi naturali (la cui spiegazione si richiede ad esempio per necessità, come la cura del cancro, ma anche per influenze politiche, militari e culturali o per banale evidenza nelle osservazioni), bisogna a fortiori optare per un nuovo modello che sia in grado di farlo. Se il modello funziona, deve essere accettato – pena un continuo susseguirsi di risultati errati. Pare quindi, piuttosto che anarchia, una dittatura che la natura sordamente esercita sui teorici della scienza e sui loro modelli/teorie, e che a sua volta il parresiasta impone alla comunità scientifica, che lo voglia o meno (tutti i cigni sono bianchi, fino a quando non se ne trova uno nero).

      Secondo questa conclusione mi chiedo se la figura del parresiasta, che è indiscutibilmente difficilissima da sostenere da un punto di vista professionale, personale e sociale, non percorra una strada già tracciata: se infatti la teoria che propone è in grado di gettar luce su un insieme di fenomeni più ampio o di maggior interesse rispetto al precedente, non può che uscirne vittorioso, quasi indipendentemente dal “mutuo appoggio” attivato che al più ne verifica la validità o la fallibilità. Si può quindi parlare ancora di anarchia? Gli scienziati sono mossi dalla volontà di trovare la teoria migliore o sono costretti a farlo?

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