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FAQ sull’accesso aperto

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La prima versione di queste FAQ era stata costruita sull’articolo 4 decreto legge 8 agosto 2013, n. 91 ed è stata resa obsoleta dalla sua successiva conversione in legge. Poiché siamo in una situazione normativamente fluida e il testo approvato ha bisogno di molto lavoro interpretativo, ritengo prematura la stesura di FAQ specifiche. Riformulo, dunque, le FAQ rendendole generiche, in modo da rispondere al bisogno di  dare un’informazione chiara sull’Open access, per l’uso dei moltissimi ricercatori che lo conoscono poco e pensano che non si possa superare il sistema tradizionale di pubblicazione con i suoi oligopoli editoriali.

Chi crede che queste Faq abbiano margini di miglioramento può commentarle una per una.  Qui si spiega come fare, anche con una guida per immagini.

1. Che cos’è la pubblicazione ad accesso aperto?

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Come  scrive Peter Suber  “la letteratura ad accesso aperto (Open Access, OA) è digitale, online, gratuita e libera da buona parte delle restrizioni dettate dalle licenze per i diritti di sfruttamento commerciale. Queste condizioni sono possibili grazie a Internet e al consenso dell’autore o del titolare dei diritti d’autore”.

Openarchives.it ospita un’ampia bibliografia in lingua italiana sull’accesso aperto – tutta ad accesso aperto, tutta da leggere.

2. Pubblicare ad accesso aperto significa mettere tutto on-line senza passare per il filtro della revisione paritaria (peer review)?

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Rileggi la definizione: per pubblicazione ad accesso aperto s’intende la pubblicazione accessibile al lettore, perché digitalizzata, sul web, gratuita e liberamente riproducibile e distribuibile da tutti.

3. Se pubblico ad accesso aperto, tutti possono rubarmi le idee?

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Il diritto morale dell’autore alla paternità della propria opera è inalienabile.  Volendo copiare senza farti scoprire, sceglieresti un testo poco noto perché difficilmente accessibile oppure uno che tutti conoscono? Se il tuo articolo fosse pubblico sul web e fosse oggetto di plagio ti basterebbe un motore di ricerca per accorgertene.  Forse qualcuno ha già copiato il tuo contribuito a una rivista visibile solo a chi ha pagato l’abbonamento:  se non puoi leggerla,  difficilmente lo verrai a sapere.  Occhio non vede, cuore non duole?

4. Che cosa s’intende per archivio ad accesso aperto istituzionale?

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Come dice il nome, si tratta di un archivio elettronico che ospita i contributi dei ricercatori di un’istituzione, rendendoli accessibili al pubblico. Un archivio non è una rivista: è una biblioteca che conserva e rende disponibili testi già pubblicati altrove. Molti atenei italiani ne hanno già uno, per rispettare l’impegno preso nel 2004, quando hanno in gran parte aderito alla Dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura scientifica:  guarda se la tua università è presente in questa lista.

5. Che cosa s’intende per archivio ad accesso aperto disciplinare?

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È un archivio elettronico che ospita i contributi dei ricercatori di una disciplina o di un gruppo di discipline, indipendentemente dall’istituzione a cui appartengono. Fra gli archivi disciplinari più famosi ci sono ArXiv, RePEc, SSRN, PubMed Central. Probabilmente, se sei un fisico, un economista, uno studioso di scienze sociali o un medico, li hai usati anche tu. Questi archivi non sono riviste: sono biblioteche, e come biblioteche vanno valutati.

6. Se la mia istituzione abbraccia l’open access, sono costretto a cambiare le mie abitudini, pubblicando solo negli archivi istituzionali e disciplinari e in riviste ad accesso aperto?

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No. Ti verrà solo chiesto di caricare una versione digitale del tuo testo, da te pubblicato dove preferisci, in un archivio istituzionale o disciplinare. Hai mai regalato un estratto con un tuo articolo su rivista o una copia di un tuo libro alla biblioteca cartacea del tuo ateneo o ente di ricerca? Si tratta semplicemente di replicare questo comportamento in rete, donando i tuoi testi a una biblioteca elettronica.

7. La mia università non ha un archivio istituzionale e il mio campo di ricerca non dispone di un archivio disciplinare. Dove posso depositare i miei testi?

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Se il tuo lavoro è esito di una ricerca a finanziamento europeo, puoi usare OpenAire. Se no, c’è il bellissimo Zenodo:  se non lo conosci dagli un’occhiata.

8. Ma che interesse ho io a depositare i miei testi negli archivi aperti?

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Se non t’importa di essere letto e citato, nessuno. Quando si pubblicava solo su carta, i testi presenti nelle biblioteche universitarie erano più letti e citati di quelli assenti. In rete è cambiato ben poco: un testo liberamente accessibile in un archivio elettronico aperto al pubblico ha più possibilità di venir letto e citato.

9. I miei fondi di ricerca sono esigui: per depositare un testo in un archivio aperto devo pagare qualcosa?

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Assolutamente no. Gli archivi istituzionali sono sostenuti dagli atenei, proprio come le biblioteche.  E anche gli archivi disciplinari sono finanziati dalle istituzioni interessate alla loro esistenza. Ecco, per esempio, chi finanzia l’ArXiv.

10. Ma allora perché si racconta che l’accesso aperto costringe gli autori a pagare per pubblicare?

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Chi lo racconta confonde il deposito in archivio con la pubblicazione su rivista.  Fra riviste e archivi corre la stessa differenza che c’è fra un giornale e una biblioteca:  quando donate un libro a una biblioteca, vi chiedono forse di pagare qualcosa?

11. Anche se non devo pagare nulla per donare una copia del mio testo a un archivio aperto, come faccio con gli editori che per pubblicare mi chiedono di cedere i diritti? Sarò costretto a pagarli con i miei fondi?

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Ci sono varie opzioni:

  1. l’editore non ti ha fatto firmare nulla. In questo caso vale l’articolo 42 della legge italiana sul diritto d’autore: puoi depositare il tuo testo nell’archivio e renderlo pubblico, indicando il luogo della prima pubblicazione;
  2. l’editore ti chiede di cedergli i diritti. Se hai sempre sottoscritto tutto quello che gli editori ti hanno proposto senza leggerlo, per poi esser costretto a pagare per poter riprodurre il testo che gli hai dato gratis, è l’ora di smettere di farsi sfruttare. Il diritto d’autore si chiama così perché è originariamente dell’autore, non dell’editore. Abituati a controllare i documenti che ti impongono impegni, prima di firmarli. Se non hai le idee chiare, chiedi consiglio. Basta che la tua istituzione abbia una biblioteca, perché tu abbia un esperto a portata di mano: il tuo bibliotecario, che si occupa di problemi di copyright per mestiere;
  3. vai su Sherpa/Romeo, un database che contiene le politiche ufficiali di buona parte degli editori in materia di accesso aperto, e scegli editori che permettano il deposito del tuo testo negli archivi aperti senza pretendere nulla in pagamento. Controlla, inoltre, se la politica da loro annunciata pubblicamente  è coerente con quanto di chiedono di firmare. Se non lo è, faglielo notare.
  4. l’UE raccomanda, per i testi di cui è stato ceduto il copyright, un periodo di embargo di sei mesi per le scienze “dure” e dodici per le scienze “morbide”, durante il quale gli archivi aperti non rendono visibili gli articoli al pubblico, in modo da contemperare l’interesse degli editori con quello dei ricercatori e dei contribuenti. In Germania è stata modificata la legge sul diritto d’autore per rendere senza effetto tutti gli accordi in cui gli autori hanno ceduto i loro diritti agli editori per un periodo superiore al limite massimo raccomandato dalla UE. In questo momento, la legge italiana fissa un embargo di 18/24 mesi: noi tutti ci auguriamo che venga adeguato a quello europeo.

12. Non sono un avvocato! Perché devo occuparmi di queste complicate questioni di copyright?

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Hai ragione. L’accesso aperto deve essere preso sul serio in primo luogo dalle istituzioni di ricerca, perché stabiliscano una loro politica e dei loro regolamenti. Per esempio i docenti di Harvard sono tenuti a depositare i loro lavori nell’archivio istituzionale che si occuperà di valutare se possono essere resi pubblici subito o no. La loro università  predispone sia un addendum da aggiungere a qualsiasi accordo di cessione del copyright venga loro proposto, sia la possibilità di chiedere eccezioni alla sua politica generale. Anche qualche università italiana – per esempio quella di Torino, quella di Trieste e quella di Firenze – ha già una sua politica istituzionale, che serve pure, specie in presenza di un obbligo di legge, a non lasciar soli i ricercatori davanti agli editori. Se il tuo ateneo non ha ancora fatto niente hai il diritto di sollecitarlo, in particolare se ha firmato la dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura scientifica. In Italia hanno aderito quasi tutti:  in questa lista  puoi controllare se la tua istituzione è fra le pochissime che mancano.

13. Il deposito negli archivi è e deve essere gratuito per l’autore:  ma se volessi andare oltre e pubblicare il mio testo su una rivista ad accesso aperto, dovrei invece pagare?

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Dipende. Le riviste ad accesso aperto più famose, quelle della Public Library of Science, fanno pagare gli autori o le istituzioni in proporzione alla loro ricchezza, perché i “ricchi” finanzino i “poveri”, che pubblicano gratis; inoltre, redattori e revisori, quando deliberano la pubblicazione di un articolo, ignorano le condizioni finanziarie di chi l’ha sottoposto. Ma una buona metà delle riviste ad accesso aperto elencate nella Directory of Open Access Journals non fa pagare nulla né agli autori né ai lettori: quando una rivista è piccola, gira sui server dell’università e può permettersi di contare sul lavoro volontario dei ricercatori, questo modello è sostenibile. Plos deve seguire un’altra strada perché, proprio per il suo successo, necessita di un’organizzazione industriale e non più artigianale. Se questa non fosse solo una risposta a una FAQ, potremmo anche chiederci se abbiamo davvero bisogno di riviste talmente grandi da richiedere un’organizzazione industriale.

12. Ho sentito dire che le riviste ad accesso aperto godono di una cattiva reputazione. È vero?

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Dipende. Buona parte delle riviste ad accesso aperto sono troppo giovani e troppo piccole per avere una reputazione. Ma anche le riviste più famose sono state, una volta, piccole e giovani, senza che a nessuno venisse in mente di strozzarle nella culla. Ai margini, però, c’è il fenomeno dell’accesso aperto predatorio che sfrutta il successo dell’espressione per proporre agli ingenui un patto scellerato: “ti pubblico tutto quello che vuoi, purché tu mi paghi”.

14. Allora è meglio evitare le riviste ad accesso aperto, per non fare brutti incontri?

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A Harvard, per esempio, non la pensano così. A Harvard credono che siano i ricercatori a rendere prestigiosa la testata e non la rivista a rendere prestigiosi i ricercatori. Per difendersi dagli editori predatori basta saper usare la rete: c’è chi ha lavorato e lavora per catalogare i cattivi e i buoni.

15. Che cosa c’è di male nella pubblicazione scientifica tradizionale? Perché non continuare a fare come abbiamo sempre fatto?

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Il sistema tradizionale, basato sulla cessione dei diritti da parte dell’autore e sull’accesso a pagamento per i lettori, non solo è meno efficiente del web libero ma ci costa anche parecchi soldi. Nella seconda metà del secolo scorso il marketing dell’Institute for Scientific Information (ora Thomson-Reuters Web of Science) fece credere che la presenza di una rivista nel suo catalogo fosse un marchio di “scientificità” e che un indice bibliometrico detto fattore d’impatto, calcolato sul suo database di citazioni parziale, privato e a pagamento, fosse sufficiente per stabilirne non solo la popolarità entro una platea selezionata, ma addirittura il valore. Così riviste lette da pochissimi specialisti diventarono opere a cui nessuna biblioteca universitaria poteva rinunciare. Questo le rese attraenti per le multinazionali dell’editoria scientifica che, dopo averle acquistate e concentrate in pochi mani, alzarono i loro prezzi senza controllo, spuntando margini di profitto fuori di ogni proporzione, e gravando sempre di più sui bilanci delle biblioteche.

16. Perché mi devo preoccupare dei bilanci delle biblioteche? Io faccio ricerca!

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Perché i milioni di euro che finiscono in tasca agli editori vengono sottratti non solo ai servizi generali delle università, ma anche ai tuoi fondi di ricerca locali, se il tuo ateneo li distribuisce ancora. Un paese in cui la ricerca è sistematicamente sottofinanziata non può permettersi di lasciare intatte soltanto le rendite di editori per lo più neppure italiani. Anche perché, se facciamo morire di fame i ricercatori, gli editori stessi resteranno senza niente da pubblicare. “Gli editori hanno bisogno degli accademici più che gli accademici degli editori. E chi ha una posizione dominante spesso appare invulnerabile finché non cade all’improvviso. Guardatevi, allora, dalla Primavera accademica“. [The price of information- Academics are starting to boycott a big publisher of journals, “The Economist”, Feb 4th 2012].

17. Le motivazioni dell’accesso aperto sono soltanto economiche?

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Certamente no. Il primo principio dell’accesso aperto è filosofico: una scienza che non è disposta a discutere apertamente le proprie nozioni e a darne dimostrazione a chiunque lo richieda perde la sua capacità d’innovazione per ridursi a dogmatismo e oligarchia.
Il secondo principio è politico: quanto è finanziato da denaro pubblico o comune deve essere pubblico o comune. Quando il copyright è ceduto a un editore che chiude l’accesso ai testi,  il contribuente paga due volte  per lo stesso oggetto e gli atenei addirittura tre, prima stipendiando i ricercatori, poi regalando alle riviste gli articoli da loro scritti e permettendo loro di fare da revisori paritari gratis e infine ricomprando il frutto del loro lavoro a carissimo prezzo. In una democrazia, inoltre, dovrebbe valere il principio della trasparenza dell’amministrazione pubblica, in modo che il cittadino possa controllare come sono spesi i suoi soldi.

18.  Se è vero che non si dà scienza senza uso pubblico della ragione, perché occorre una legge per obbligare a qualcosa che i ricercatori dovrebbero fare spontaneamente?

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Sì, sarebbe possibile farlo spontaneamente. Tu lo fai?

19. Mi basta che i miei articoli siano letti e citati nelle cerchie esclusive che determinano la mia carriera. Perché devo perdere tempo con queste idee? A me non importa che tutti possano accedere ai miei testi!

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Se non importa a te, importa a noi.  Sei padronissimo di vivere esclusivamente per meritarti l’epitaffio di “ordinario” sulla lapide della tua tomba: noi,  però, non ti finanziamo perché tu possa decorare il tuo monumento funebre.

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