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  • J.G. Fichte, Prova dell'illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola (27 comments)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on 8 Luglio 2012

      L’espressione “ristampa” traduce il tedesco Nachdruck. Ho scelto di usare “ristampa” in luogo di “edizione pirata” perché l’illegittimità della pratica era oggetto di controversia: come ho spiegato altrove, una traduzione più specifica implicherebbe una presa di posizione a priori su qualcosa che, in realtà, era ancora in discussione.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 8 Luglio 2012

      Traduzione di J.G. Fichte, Beweis der Unrechtmäßigkeit des Büchernachdrucks. Il testo fu originariamente pubblicato in “Berlinischen Monatsschrift”, Mai 1793; è incluso in J.G. Fichte, Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Werke. vol. 1, 1791-1794, Stuttgart, 1964. L’archivio Marini rende disponibile la sua versione digitalizzata.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 30 Luglio 2012

      L’espressione “tribunale dei diritti perfetti” mi sembra essere una traduzione letterale. Non trovo una espressione sostitutiva, ma forse, in nota, va fatto l’esempio dell’attuale diritto italiano: le questioni inerenti i “diritti soggettivi perfetti” sono affrontate dal giudice ordinario

      Comment by Gian Francesco Esposito on 30 Luglio 2012

      “Usufrutto” in lingua italiana, ha un significato giuridico ben preciso di diritto reale minore. anche in questo caso non mi viene un termine in sostituzione. del resto il concetto resta molto chiaro.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 30 Luglio 2012

      Mentre Fichte scriveva il suo saggio il diritto amministrativo nel senso contemporaneo del termine stava muovendo i suoi primi passi, nella Francia della Rivoluzione. Sorvolo sulla discussione storica a proposito della presenza o meno di un diritto amministrativo vero e proprio nelle monarchie assolute, perché credo che l’opposizione di Fichte sia fra diritto naturale, che lo stato deve solo riconoscere, e scelta politico-amministrativa. L’osservazione è, in ogni caso, pertinente e aiuta a chiarire il testo: se c’è un diritto naturale, non c’è discrezionalità politico-amministrativa – e dunque la giurisdizione competente è quella del giudice ordinario. Studierò il modo di recepirla.

      Una nota: una revisione paritaria tradizionale, monodisciplinare, avrebbe dato il mio lavoro in pasto a un paio di filosofi. La stessa limitazione del numero dei revisori avrebbe reso molto improbabile una revisione interdisciplinare. La revisione paritaria aperta, di contro, la facilita: come mostra questo caso, dei lettori con una prospettiva extradisciplinare – per esempio giuridica – possono offrire contribuiti che aiutano a migliorare e chiarire il testo.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 30 Luglio 2012

      semplice errore tipografico: “in casi del genere”, manca la i

      Comment by Gian Francesco Esposito on 30 Luglio 2012

      Mi ricredo: il termine usato da Fichte
      “Nießbrauch” si traduce proprio con “usufrutto”

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 30 Luglio 2012

      Sì, avevo controllato anch’io a suo tempo. Fichte usa il vocabolario dei diritti reali in modo davvero pesante.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 30 Luglio 2012

      Probabilmente il passo va rivisto

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 30 Luglio 2012

      Sì, mi era rimasto nella tastiera un “vuole”. L’ho aggiunto e ho reso il resto del passo più scorrevole. Grazie!

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      Reimarus, Johann Albert Heinrich (1729-1814) medico ed erudito tedesco. confronta http://de.wikipedia.org/wiki/Johann_Albert_Heinrich_Reimarus

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      Nell’attuale regime giuridico in Europa il “brevetto di invenzioni industriali” ha durata di 20 anni dal deposito, mentre il diritto d’autore dura fino a 70 anni dalla morte dell’autore

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 31 Luglio 2012

      Sì. Il testo di Reimarus può essere visto qui http://copy.law.cam.ac.uk/cam/tools/request/showRecord.php?id=record_d_1791 o qui.

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      Nel XVI e nel XIII secolo alcuni avventurieri ottenevano dai sovrani europei delle “patenti di corsa” che li autorizzava a depredare le navi nemiche. Particolarmente rilevante fu il numero dei corsari francesi che per molti molti anni ebbero la loro base nell’isola di La Tortue, vicina alle sponde settentrionali di Haiti. Per le loro biografie confronta http://fr.wikipedia.org/wiki/Cat%C3%A9gorie:Corsaire

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      L’imperatore Giuseppe II entrò in conflitto nel 1784 con gli Olandesi principalmente per assicurare il libero sbocco a mare del porto di Anversa, allora nei Paesi Bassi austriaci (ora Belgio) La poca energia usata negli eventi bellici fecero introdurre il nome ironico di “Guerra della marmitta” http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_della_marmitta

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      L’Unione Europea ha introdotto il principio che il diritto d’autore debba essere corrisposto anche per il prestito a domicilio fornito dalle biblioteche pubbliche.
      http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:52002DC0502:IT:HTMLL'Italia ha dapprima previsto una esenzione e dopo la decisione delle autorità giudiziarie europee, ha deciso di corrispondere alla SIAE un importo fofettizzato a carico del bilancio statale.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 31 Luglio 2012

      Sì, la teoria del diritto d’autore di Fichte è pesantemente proprietaria, ma la legislazione attuale è riuscita ad andare oltre. Anche per questo il suo testo merita di essere letto.

      Incidentalmente: le sue osservazioni precedenti stanno fornendo parte dell’apparato storico che intendo mettere nell’articolo esplicativo – e un servizio utilissimo all’eventuale lettore “profano” che si trovasse a passare di qui.

      Comment by Cleonice Tenore on 31 Luglio 2012

      Il passo in cui parla di stampatori ”predoni” ma muniti di privilegio può avere una chiave di lettura nel fatto che all’epoca non c’erano convenzioni tra gli stati per il reciproco riconoscimento dei “privilegi”. Un’opera stampata con privilegio in Prussia ristampata da un tipografo della Sassonia, anch’esso munito di privilegio nel suo stato. Il paragone è appunto con il corsaro francese che depreda “legittimamente” il mercante inglese. Nel successivo punto 28 si parla di ristampe in paesi in cui l’importazione dei libri “ufficiali” è proibita.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 1 Agosto 2012

      Esatto. Il privilegio era una concessione del potere politico – tipicamente conferita all’editore – che insisteva sull’azione della stampa, e non un diritto naturale di proprietà. Come tale, i suoi confini erano strettamente territoriali. In un paese linguisticamente unito ma politicamente frammentato come la Germania del Settecento ciò produceva un’industria della ristampa fiorente e formalmente legale.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 1 Agosto 2012

      Sia pure con molti dubbi propongo una variante (a dire il vero orecchiata un po’ in giro):
      “.. Abbiamo bisogno necessariamente di mantenere la proprietà di una cosa la cui appropriazione da parte di altri, è fisicamente incompatibile” Riflette la distinzione romanistica di beni materiali’ e beni ‘immateriali’. I beni materiali (trascurando la condivisione’ sono o di uno o di un altro. Alcuni beni immateriali possono essere usufruiti da tutti.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 1 Agosto 2012

      “lo si può strappare, bruciare…” E’ chiaro il riferimento alla definizione di proprietà come ”ius utendi et abutendi” L’introduzione dell’espressione è attribuita al giurista francese François Hotman
      (per la biografia vedi vedi http://fr.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Hotman) che l’ha usata nel testo ‘Commentarius de verbis iuris antiquitatum’ che così si esprime a proposito del diritto di proprietà: “Ius ac potestas re quapiam tum utendi, tum abutendi, quatenus iure civili permittitur”

      Comment by Gian Francesco Esposito on 1 Agosto 2012

      Il passo è autobiografico: Fichte aveva comprato il libro ‘Critica della ragion pura’ l’anno prima di questo scritto e ne era rimasto folgorato.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 1 Agosto 2012

      Il testo tedesco recita “Wir behalten nothwendig das Eigenthum eines Dinges, dessen Zueignung durch einen Andern physisch unmöglich ist.”

      La mia traduzione è letterale e a calco. Quella suggerita è costruita su un’interpretazione. Una simile soluzione, quando si traduce un testo filosofico, non è prudente, perché rischia di infliggere al lettore monolingua l’interpretazione del traduttore incorporandola nel testo. E’ vero che i traduttori sono sempre interpreti, ma, quando si tratta di testi filosofici, una traduzione a calco risulta interpretativamente meno “invadente” di una più libera, e dunque va preferita.

      Legittimare la proprietà sulla base di un “bisogno” è ben diverso dal farlo sulla base di una “necessità”.

      La “necessità”, peraltro, può essere intesa nel suo uso modale, filosofico, o anche nel senso più lato di “bisogno”. Viceversa, il “bisogno” non può essere inteso nel senso modale di “necessità”. Quindi, se scegliessi di tradurre il nothwendig di Fichte associandolo al bisogno restringerei arbitrariamente il suo spettro semantico. Questo, però, non avviene se preferisco renderlo con “necessariamente”: al lettore, in questo caso, rimangono disponibili due opzioni interpretative in luogo di una.

      Personalmente sono convinta che in un enunciato assiomatico il nothwendig debba avere un senso modale ma questo – ai fini della traduzione – non è rilevante.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 1 Agosto 2012

      on ho assolutamente la competenza per avventurarmi in temi così difficili, Sono solo un semplice leguleio che ha studiato 50 anni fa e questo forse mi pone fuori strada. Io avevo supposto che il testo in corsivo sia una ‘massima’, un ‘principio giuridico’ Se fosse in latino sarebbe più agevole verificare l’esistenza o meno di una eventuale fonte nel diritto giustinianeo,oppure in quello comune . In tedesco invece la mia rimane una mera ipotesi senza alcun riscontro e chiedo venia se l’ho espressa.

      Comment by Gian Francesco Esposito on 1 Agosto 2012

      Ovviamente l’incipit era un Non ho.
      Chiedo scusa

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 1 Agosto 2012

      Grundsatz (principio fondamentale) può effettivamente essere tradotto sia come “massima”, sia come “assioma”. Ho scelto di renderlo, filosoficamente, come “assioma” perché subito dopo Fichte dice che è una proposizione immediatamente certa la quale non ha bisogno di dimostrazione. Inoltre la proprietà letteraria di F. è innovativa rispetto alla tradizione romanistica, della quale il Kant citato in nota riconosceva invece l’autorità (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s07.html#kantromano), almeno in quest’ambito.

      Successivamente F. sostiene che lo stile dell’autore, essendo personalissimo, non può essere separato da lui, indicando dunque che non di bisogno, bensì di necessità si tratta.

      E non si scusi. Le sue osservazioni servono a chiarire il testo. Gli autori del ‘700 avevano l’abitudine di non indicare le loro fonti e quindi tutte le ipotesi interpretative meritano di essere verificate.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 2 Agosto 2012

      Ho modificato la traduzione di Grundsatz dal più specifico “assioma” al più generico “principio”. Il lettore capirà da sé, dal resto della frase, che in questo caso il principio è un assioma.

      La traduzione specifica commette il peccato – di cui parlavo più sopra – di incorporare un’interpretazione univoca del traduttore per un termine che, in tedesco risulta avere una maggior latitudine.

  • Giovanni Molteni Tagliabue, “Rationalized and Extended Democracy”: Inserting public scientists into the legislative/executive framework, reinforcing citizens’ participation (6 comments)

    • Comment by Richard French on 21 Marzo 2022

      Giovanni Tagliabue thinks democracy is broken and there is lots of evidence that he has a point. He also thinks that science – or rather, scientists – can fix it without discarding the legitimacy which the popular vote confers. The mechanism is to be a bicameral system, one chamber of which, if I am not mistaken, will look more or less like our current legislatures, and the other of which will be composed of scientists and academics, elected by their peers. Legislation would require reconciliation between the two chambers; if the differences turn out to be insuperable, the people would choose in a referendum.
      His exposition of this idea is supported by great erudition and extensive reference to the literature. His argument will be highly controversial, as no one else has ever gone to quite as much effort to document the case as practice, nor has been quite as optimistic about the political culture and role of experts, who are portrayed as more or less immune to the many pathologies of democratic representation. His challenge to the conventional wisdom is extensive and thorough-going. Whether his vision is viable or not, the issues he raises merit our attention and concern, and he is to be congratulated for his dedication to raising them.

      Richard French
      University of Ottawa

      Professor French’s comment is particularly valuable, owing to his dual experience as an academic and an elected official (former Member of the National Assembly as well as Minister of Communications in Quebec), therefore being well placed to make observations on my hypothesis of “professors on politics”, to paraphrase the title of an interesting article by Professor French himself (see in the References). His kindly expressed scepticism is welcome.
      But a basic misunderstanding regarding my imagined institutional framework must be corrected: in my view, academics who stand to be elected in the National Scientific Assembly (or similar bodies at more restricted geographical levels) are NOT elected “by their peers”, but by the general electorate (universal suffrage) – as traditional party politicians would still be in the parallel legislative chambers and bodies. Otherwise, it would be a half-epistocracy: an arrangement which is actually proposed by other authors; I reject it on the grounds that it would be a betrayal of a basic democratic principle.
      Furthermore, I am not so blindly optimistic to believe that elected scientists would be “immune to the many pathologies of democratic representation”; but I argue that they would have incentives and motivations which can be in good part different (aiming more at the common good) from those which guide the dynamics of party politicians. I understand that I should stress this point more in the amended/enriched version of my text, which will follow the collection of reviewers’ comments.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 2 Maggio 2022

      From Frank Vibert, associate. CARR/LSE.

      ‘In recent times democracies have followed a ‘ dual processing’ approach to policy making relying not only on elected assemblies and governments but increasingly on expert bodies. One important question is about the relationship between the two forms of policy making. Procedures to bring the two together range from the greater use of citizen consultations by regulators to the use of Independent Fiscal Institutions by parliaments. The author argues in favour of the greater use of the technique of direct democracy and, much more radically, in favour of setting up elected bodies of experts to co-legislate alongside traditional representative bodies. It is a well argued contribution to an important debate .

      Thanks for the comment to Professor Vibert, who is an expert in the field of unelected policymakers i.e. non-majoritarian institutions such as independent authorities.

      Comment by davidbertioli on 23 Giugno 2022

      Science, or as it used to be called, Natural Philosophy, has become divorced from Philosophy. The result is that modern Science, although incredibly powerful in discovering details of the natural world, is woefully inept in whole philosophical fields, such as ethics and political philosophy.

      What a delight to see this book from Prof. Giovanni Tagliabue! It lays out so much, so clearly, and makes thought-provoking proposals to overcome the limitations of our current political systems.

      Comment by Giovanni Molteni Tagliabue on 30 Giugno 2022

      Thanks to Dr. Bertioli, a Canadiam plant geneticist who works on the creation/breeding of improved cultivars. Since he is involved in regulatory matters regarding agri-food biotechnologies, I would appreciate a further comment from him: does he think that a renewed institutional framework of the kind I have outlined would help legislation and governmental action to be better science-informed? (By the way, it is worth noting that Canada is one of the few – if not the only – jurisdiction in the world in which agri-food regulation follows some basic scientific principles.)

  • Francesco Scotognella, L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio (5 comments)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on 7 Ottobre 2021

      È un contributo davvero molto interessante e stimolante. Ho concluso la presentazione del testo, visibile qui, con delle domande, che sono anche il mio contributo alla revisione paritaria aperta.

      Comment by Vincenzo Aglieri on 28 Ottobre 2021

      A margine di commenti più autorevoli che sono già stati formulati circa questo articolo, mi permetto di inserire un breve pensiero, cogliendo l’occasione per ringraziare gli editori che curano questo progetto veramente “open” e il prof. F. Scotognella per gli interessantissimi spunti di riflessione che ha offerto.

      L’articolo “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio” propone al lettore la figura del parresiasta anarchico in grado di imporsi contro il potere scientifico costituito, mettendo a rischio la propria carriera nel mondo già precario della scienza, pur di propugnare una teoria/modello scientifico che secondo questi può portare a nuovi sviluppi. Come risultato del suo operato, il parresiasta fa emergere il meccanismo di “mutuo appoggio” fra scienziati, che ha come risultato un processo di auto-critica che la scienza si impone mediante i suoi collaborativi celebranti, grazie al quale si giunge a scienza nuova.

      Una delle parole chiave in questo articolo è: anarchia. Sebbene la spinta alla sfida dei collettivi di pensiero che in un dato momento tengono le fila del clero scientifico sia di chiaro stampo anarchico, la chiosa sembra allontanarsi alquanto da una tale prospettiva. La scienza è uno strumento che deve permettere uno studio quanto più accurato possibile della natura; non ci sono alternative. Se il modello/teoria scientifica usato fino ad un certo momento storico non riesce a spiegare nuovi eventi naturali (la cui spiegazione si richiede ad esempio per necessità, come la cura del cancro, ma anche per influenze politiche, militari e culturali o per banale evidenza nelle osservazioni), bisogna a fortiori optare per un nuovo modello che sia in grado di farlo. Se il modello funziona, deve essere accettato – pena un continuo susseguirsi di risultati errati. Pare quindi, piuttosto che anarchia, una dittatura che la natura sordamente esercita sui teorici della scienza e sui loro modelli/teorie, e che a sua volta il parresiasta impone alla comunità scientifica, che lo voglia o meno (tutti i cigni sono bianchi, fino a quando non se ne trova uno nero).

      Secondo questa conclusione mi chiedo se la figura del parresiasta, che è indiscutibilmente difficilissima da sostenere da un punto di vista professionale, personale e sociale, non percorra una strada già tracciata: se infatti la teoria che propone è in grado di gettar luce su un insieme di fenomeni più ampio o di maggior interesse rispetto al precedente, non può che uscirne vittorioso, quasi indipendentemente dal “mutuo appoggio” attivato che al più ne verifica la validità o la fallibilità. Si può quindi parlare ancora di anarchia? Gli scienziati sono mossi dalla volontà di trovare la teoria migliore o sono costretti a farlo?

      Comment by Francesco Scotognella on 29 Novembre 2021

      Ringrazio la professoressa Maria Chiara Pievatolo per il prezioso commento.
      Nonostante il numero di casi riportati in questo lavoro sia esiguo, tali casi evidenziano che il mutuo appoggio tra scienziati non è un residuo del passato. Shechtman scrive il suo fondamentale lavoro sui quasicristalli negli anni ottanta, mentre Baessler scrive il suo lavoro sul trasporto nei semiconduttori organici negli anni novanta. Si può aggiungere l’esempio più recente, datato 2017, della pubblicazione di Gabriele D’Avino e coautori confutante una teoria sulla ferroelettricità proposta dal premio Nobel James Fraser Stoddart [1,2].
      Anche Perelman, con la sua soluzione alla congettura di Poincarè, può essere considerato un parresiasta che, al posto di cercare un consenso nel collettivo di pensiero, carica i suoi tre lavori su arXiv. Altri matematici, studiando pazientemente i suoi lavori, gli daranno ragione.
      Se si facesse un’analisi sul rapporto tra lavori scientifici “parresiastici” e totale delle pubblicazioni scientifiche, si troverebbe un numero molto vicino allo zero. Nondimeno, tali esempi fanno ben sperare circa la sopravvivenza di questa modalità di comunicare la scienza.
      Difatti, la proposta di Pievatolo di considerare il mutuo appoggio tra scienziati un ethos tra i tanti possibili è più che ragionevole. La stragrande maggioranza della ricerca accademica è schiacciata dai collettivi di pensiero. Ma, se da un lato, l’omogeneizzazione delle argomentazioni e il rapido susseguirsi delle mode, descritte brillantemente da Lucio Russo, sono innegabili, va tuttavia sottolineato che, nell’abbondare di modalità per esporre la propria teoria o modello (abbondanza di archivi e riviste), il parresiasta ha strumenti per essere ascoltato dalla comunità scientifica.
      Tenendo conto della crisi della comunicazione scientifica giustamente menzionata da Pievatolo, che richiama quanto scritto da Shawn Cunningham e John Ziman, il mutuo appoggio al parresiasta può funzionare al meglio nella modalità di accessibilità totale ai risultati scientifici.

      [1] G. D’Avino, M. Souto, M. Masino, J.K.H. Fischer, I. Ratera, X. Fontrodona, G. Giovannetti, M.J. Verstraete, A. Painelli, P. Lunkenheimer, J. Veciana, A. Girlando, Conflicting evidence for ferroelectricity, Nature. 547 (2017) E9–E10. https://doi.org/10.1038/nature22801.

      [2] “‘Quei calcoli erano sbagliati’”, ricercatore italiano svela l’errore del Nobel per la Chimica Stoddart, la Repubblica. (2017). https://www.repubblica.it/scienze/2017/07/26/news/_quei_calcoli_erano_sbagliati_ricercatore_italiano_svela_l_errore_del_nobel_per_la_chimica-171690576/ (accessed November 23, 2021).

      Comment by Francesco Scotognella on 29 Novembre 2021

      Ringrazio il dottor Vincenzo Aglieri per questo commento pertinente e acuto.
      Mi scuso per non avere sottolineato abbastanza in questo lavoro il mio intento di postare l’accento dal pluralismo metodologico di Feyerabend, dove ogni modello è accettabile basta che funzioni (quindi una sorta di anarchia metodologica), alla descrizione di una comunità scientifica anarchica, in quanto non democratica (uno scienziato non cerca la maggioranza dei consensi con la sua teoria) e non autoritaria [1].
      La visione di una comunità scientifica composta di scienziati che sono costretti a trovare, e valutare, la teoria migliore è suggestiva. Infatti, il mutuo appoggio può essere visto come solidarietà tra scienziati, ma anche come un processo molto efficace nel metodo scientifico, che permette di verificare nel modo più rapido la validità di una teoria. Ma questo si vede a posteriori: dopo le verifiche della comunità scientifica si affermerà la teoria del parresiasta. Prima e durante la sfida tra parresiasta e autorità, l’influenza del collettivo di pensiero, di cui l’autorità è parte, ostacolerà l’affermarsi della teoria più efficace. Si pensi alle fatiche di Ignaz Semmelweis durante tutta la sua vita.

      [1] F. Scotognella, Scientist As Parrhesiastes, European Scientific Journal, ESJ. 17 (2021) 1–1. https://doi.org/10.19044/esj.2021.v17n25p1.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 3 Maggio 2022

      Trovo questa risposta molto convincente, in particolare quando sottolinea che il mutuo appoggio può operare al meglio, perfino in un ambiente anche amministrativamente appiattito sui collettivi di pensiero, se l’accesso ai risultati scientifici è totalmente aperto. Anche per questo le riviste ibride, le quali smerciano l’accesso aperto a chi può permettersi, istituzionalmente o individualmente, di pagare, non sono, rispetto all’accesso chiuso, una riduzione del danno, ma un danno tout court, perché frazionano – e frazionano secondo censo – l’agorà nella quale il parresiasta, inizialmente isolato, può trovare la sua forza.

  • Roberto Gatti, Il popolo tra realtà politica e finzione ideologica (3 comments)

    • Comment by Fabio Mazzocchio on 22 Ottobre 2012

      Il contributo risulta molto chiaro nell’esposizione e coerente nell’organizzazione tematica. Puntuali i riferimenti teorici e bibliografici. Interessante sul piano ermeneutico ed esplicativo il confronto che l’autore propone tra il paradigma politico-filosofico antico e quello moderno. Condivisibile la tesi circa il carattere “impolitico” della Modernità, alla luce della teoria politica classica (e della successiva scissione tra antropologia ed etica che si consuma a partire dalle riflessioni dei padri della modernità politica). Su tale sfondo, l’articolo ben illustra l’opposizione tra realtà e costruzione ideologica in riferimento alla categoria di Popolo e ai tentativi di fondazione “dal basso” dello spazio politico senza “sostegno ontologico”.   

      Comment by Sara Mollicchi on 26 Ottobre 2012

      Nel paragrafo 4. si afferma che la «prepotenza normativa» dei principi sui quali dovrebbe fondarsi una buona società «è tanto più forte quanto meno risulta sostenuta da un resoconto dell’uomo che sia coerente con essi». Questo passaggio riprende l’idea, più volte presentata nell’articolo, che quanto più i principi etici e politici risultano privi di una fondazione nella natura umana, tanto più i moderni sentono in qualche modo di dover supplire a questa incompletezza accentuandone la natura imperativa e potenzialmente manipolatrice nei confronti della realtà. Qui potrebbe forse essere utile apportare dei chiarimenti sul significato del termine «fondazione». In molti passaggi mi sembra che esso si riferisca alla possibilità di giustificare razionalmente i principi e le norme alle quali si aderisce, tanto che, venuta meno la fondazione, si cade nella loro invocazione retorica, in un atteggiamento decisionistico, o nell’illusione di poter fabbricare i propri valori. D’altra parte la «fondazione», in termini metafisici, si identifica anche con la presenza nella realtà di quelle condizioni che rendono possibile la realizzazione concreta dei principi etici e politici. In linea di principio, credo che si possano distinguere le due letture del tema della fondazione: un conto è essere in grado di mostrare che alcuni principi dovrebbero essere perseguiti anche se potrebbe essere difficile farlo, un altro è indicare le ragioni in base alle quali si può avere fiducia che, in un giorno anche molto lontano, i principi in questione informino la realtà. Ora, è possibile che la «prepotenza normativa» dei principi etico-politici, in linea di principio, scaturisca più facilmente dall’eliminazione dell’idea di «fondazione» nel secondo senso, piuttosto che nel primo. Probabilmente Machiavelli non riesce ‒ anzi, come viene sottolineato, neanche ci prova ‒ a offrirci delle ragioni per le quali dovremmo essere retti e coraggiosi come i Romani, né Rousseau riesce spiegarci cosa ci sia di sbagliato nel sottometterci a leggi che non abbiamo noi stessi deciso. Ma il fatto che si debbano escogitare continui stratagemmi per far agire correttamente uomini «rei» e che la figura semi-divina del Legislatore debba intervenire a trasformare la «moltitudine» in un «popolo» dipende da questo? Si può immaginare di sapere in cosa consiste la virtù politica e di saper offrire ottime ragioni a suo sostegno: ad esempio, una ricostruzione di come sia adeguato alla natura umana cercare di realizzare questa virtù. Eppure chi ascolta, o anche chi parla, può in concreto essere incapace di incarnare questa virtù. La reazione a questo problema che, seppure in maniera molto generica, credo di poter rintracciare nella metafisica greca consiste nel negare la sua esistenza, o, almeno, la sua rilevanza . Questa, se non sbaglio, è la ragione per la quale le due nozioni che ho indicato possono saldarsi e sostenersi a vicenda nella metafisica antica. Operando una (forse troppo) forte semplificazione, possiamo riassumere lo schema di ragionamento in questo modo: se abbiamo buone ragioni da offrire in favore della virtù, esse funzioneranno nel convincere le persone a comportarsi in maniera virtuosa, perché le persone sono tali che per natura tendono a comportarsi secondo ragione ‒ anche se non sempre  ci riescono; se è proprio della natura della quale siamo parte seguire un ordine razionale, possiamo avere la ragionevole speranza di trovare una descrizione appropriata di quest’ordine ‒ anche se in questo momento non sappiamo quale sia, o forse ci sono alcuni aspetti di esso che ci sfuggono. Una delle ragioni per le quali il pensiero moderno non accetta questo modo di ragionare, credo, è il colpo molto potente che la descrizione dell’interiorità umana offerta dai primi cristiani ‒ e non solo ‒ ha assestato a questa concezione del senso morale e della motivazione morale.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 2 Maggio 2013

      Solo due anni dopo il Detto comune, citato dall’autore per assimilare la posizione di Kant a quella di Locke, la Pace perpetua passa da una posizione liberale a una democratica, che da voce in capitolo a tutto il popolo nello stato, e non più solo a coloro che sono proprietari dei mezzi di produzione (gli indipendenti del Detto comune).

      Questo passaggio così brusco dovrebbe indurre a chiedersi se Kant, con la limitazione del diritto di voto del 1793, stesse effettivamente costruendo, ancora una volta, un modello di stato fondato sull’impolitico, o non tentasse piuttosto di ammettere allo stato – per non farne un concetto vuoto – un’approssimazione empirica di un uomo capace di autodeterminazione politica. Salvo rendersi conto, soltanto due anni dopo, che proprio questa approssimazione empirica rischiava di ridurre lo stato a un impoliticissimo affare di famiglie che decidono per gli altri sulla pace e sulla guerra.

  • Roberto Caso, Una valutazione (della ricerca) dal volto umano: la missione impossibile di Andrea Bonaccorsi (2 comments)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on 12 Maggio 2017

      Questo testo è stato segnalato e discusso su Roars, qui.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 7 Luglio 2017

      Alessandro Bellavista in Munus, “Rivista giuridica dei servizi pubblici”, fasc. 3, 2016, analizza nel dettaglio gli incubi giuridici consequenziali alla valutazione di stato per quanto concerne il reclutamento universitario. Il testo integrale dell’articolo è visibile qui.

  • Maria Chiara Pievatolo, La bilancia e la spada: scienza di stato e valutazione della ricerca (2 comments)

  • Daniela Tafani, Il palladio dei diritti del popolo. La libertà di stampa come contropotere in Kant e negli scritti rivoluzionari (2 comments)

    • Comment by John Christian Laursen on 19 Gennaio 2022

      An excellent analysis of the history of Kant’s ideas about freedom of the press – and, more importantly, about his use of rhetoric and carefully chosen vocabulary to get his message across despite the censors. We see where he fits in a century of claims about freedom of the press, and what he adds to them.

      Comment by John Christian Laursen on 19 Gennaio 2022

      For more on Bailly, I recommend George Armstrong Kelly, Victims, Authority, and Terror, University of North Carolina Press, 1982.

  • Wilhelm von Humboldt, L’organizzazione interna ed esterna degli istituti scientifici superiori a Berlino (2 comments)

    • Comment by Brunella Casalini on 8 Dicembre 2017

      Nell’umanità, però, l’operare dello spirito può progredire solo in quanto co-operare, ovvero quando il successo dell’attività dell’uno non supplisce semplicemente a ciò che manca all’altro, ma ingenera in lui entusiasmo, così da far venire alla luce quella forza universale e originaria che s’irradia negli individui solo in modo particolare o derivato. Per questo motivo, l’organizzazione interna di questi istituti deve creare e conservare una cooperazione ininterrotta…

       

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on 7 Febbraio 2018

      Un ipertesto esplicativo è ora visibile qui.

  • FAQ sull'accesso aperto (1 comment)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on 29 Maggio 2018

      Ho tolto dalla domanda 5 la menzione di SSRN perché, essendo stato acquistato da un oligopolista dell’editoria scientifica, non può più essere paragonato, nemmeno vagamente, a una biblioteca pubblica.

  • Pierpaolo Ciccarelli, Hobbes schmittiano o Schmitt hobbesiano? (1 comment)

  • Paolo Bodini, Liberalismo e voto obbligatorio: un confronto (1 comment)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on 24 Agosto 2019

      Il testo è stato presentato e commentato nel sito principale del “Bollettino telematico di filosofia politica”, qui.

Source: https://commentbfp.sp.unipi.it/all-comments/