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Brunella Casalini, Cittadini fatti a macchina: neuroscienza, mito e politica

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Se già la divulgazione della psicoanalisi e poi delle teorie dell’attaccamento avevano messo in luce l’importanza delle esperienze della primissima infanzia, l’attenzione estrema che negli ultimi due decenni risulta tributata ai primi anni di vita del bambino è stimolata dall’ampia diffusione di ricerche scientifiche relative all’ambito delle neuroscienze. Secondo questa letteratura, e soprattutto secondo la sua volgarizzazione (per alcuni una vera e propria distorsione), è nel periodo da 0 a 3 anni che si determina il futuro di un individuo perché il cervello sviluppa in questa fase della vita il massimo numero di connessioni neuronali.

Molti manuali e guide pratiche, rivolti a neo-genitori ansiosi di trovare risposta a ogni loro dubbio sulle migliori condizioni di crescita del loro bambino, quali, per esempio, Perché si devono amare i bambini di Sue Gerhardt (2006; tit. or. Why Love Matters: How Affection Shapes a Baby’s Brain, 2004), suggeriscono che con un’adeguata stimolazione il cervello infantile può giungere a massimizzare il suo potenziale nell’area cognitiva, sensorio-motoria, linguistica e socio-emotiva. L’estrema plasticità del cervello umano nei bambini piccoli ha potenzialità enormi che possono però andare perdute e sprecate, se manca una sua corretta “attivazione” iniziale e un suo precoce “cablaggio”. Il bambino è una sorta di congegno complesso con enormi possibilità future, purché le mani di chi lo gestisce, ed è responsabile del potenziamento delle sue funzioni, siano guidate da un sapere esperto. In forte tensione con la letteratura sui childhood studies e sui diritti dei minori, che insistono sull’agency del bambino, il discorso delle neuroscienze e le prescrizioni che ne vengono ricavate al fine di “disciplinare” i genitori restituiscono un’immagine passiva del minore in età prescolare, che diventa una sorta di proprietà su cui investire oggi in vista del rendimento di domani. Gli stimoli cognitivi che si ricevono, le attenzioni e le cure della primissima infanzia hanno effetti che si ripercuoteranno sul successo scolastico, sul comportamento, sulla salute mentale e fisica. Essere trascurati affettivamente e vivere in un ambiente privo di stimolazioni sono fattori che si ritiene possano arrivare ad influire sul tasso di abbandono scolastico, sul maggiore rischio di gravidanze nell’età dell’adolescenza e, in generale, di comportamenti devianti.

Spesso negli articoli di pubblicazioni ad ampia tiratura, quali il Guardian e il Daily Mail, si scende nei dettagli delle pratiche quotidiane che dovrebbero essere evitate e di quelle che dovrebbero essere seguite. Per esempio: non dimenticarsi mai di raccontare una favola al proprio bambino prima che si addormenti, per mantenere con lui un momento di contatto quotidiano (dimenticarsene può produrre una ferita); non lasciare mai che il bambino pianga perché ciò produce alti livelli di cortisolo, un ormone associato allo stress, che può essere nocivo per il cervello; non urlare mai di fronte al bambino perché questo può alternare in modo permanente la sua struttura cerebrale, ecc. (cfr. O’Connor, Joffe 2012, p. 7). Il tempo che i genitori (leggi: soprattutto la madre) decidono di dedicare a parlare, giocare e raccontare storie al proprio bambino, il tipo di giocattoli e non solo di cibi che si scelgono per lui, il fatto di allattarlo o non allattarlo al seno, il fatto che si scelga di affidarlo ad una baby sitter o di mandarlo a una determinata scuola materna, ognuna di queste opzioni ha conseguenze ed effetti di lungo periodo che vengono descritti nella letteratura come inesorabili e deterministici.

Dai dati forniti dalle neuroscienze vengono ricavate prescrizioni molto vincolanti, che finiscono per sottoporre ad una fortissima pressione le mamme, chiamate a dedicare un’attenzione totale ai loro bambini e a fare le scelte giuste, avvalendosi dei consigli di consulenti competenti: fare il genitore, e soprattutto la madre, è diventato un lavoro intensivo (per descriverlo Sharon Hays (1998) ha coniato il termine “intensive motherhood”). Il genitore, chiamato a confrontarsi con standard sempre più esigenti, annaspa nel tentativo di seguire un modello ideale per lo più al di sopra delle concrete possibilità umane, considerate le risorse economiche e  di tempo, nonché le energie fisiche, che esso richiederebbe.

Ultima in ordine di tempo, una ricerca della Brown University ha mostrato attraverso la tecnica del brain-imaging l’esistenza di un rapporto molto stretto tra allattamento al seno e sviluppo del cervello (cfr. Deoni et. al. 2013). L’ipotesi, che già era stata avanzata da altre ricerche in passato, ha ricevuto un’immediata e ampissima eco sui mass-media di tutto il mondo. Ai tanti pregi del latte materno (e spesso non è chiaro se i pregi sono del latte o dell’allattamento al seno), tra i quali vengono elencati la capacità di rinforzare il sistema immunitario, di prevenire l’obesità, il comportamento anti-sociale, i disturbi alimentari di origine nervosa, la balbuzie, ecc., si aggiungerebbe ora la conferma scientifica di un altro importante motivo per sottolineare che allattare al seno non ha tanto a che fare con una scelta di vita quanto piuttosto con un vero e proprio imperativo sociale (sulla “religione materna” che oggi si è venuta a configurare intorno al tema dell’allattamento, cfr. Forti e Guaraldo 2006). Se stimola la crescita della sostanza bianca nelle aree del cervello deputate al controllo del linguaggio, delle emozioni, delle facoltà cognitive (tra i bambini allattati, secondo il più recente studio prima citato, la crescita della sostanza bianca risulterebbe del 20-30% superiore rispetto ai bambini che non hanno ricevuto il latte materno), allora, dall’allattamento al seno di oggi sembra dipendere la probabilità che il bambino possa domani diventare un adulto di successo. Il messaggio è, insomma, che il cervello umano può essere programmato per eccellere. Prima si interviene con le giuste tecniche di programmazione migliori saranno i risultati e minori i rischi di crescere un soggetto che non ha le qualità, le capacità cognitive, la flessibilità, la creatività e l’intelligenza emotiva, che sono oggi considerate essenziali per affrontare le sfide della moderna società della conoscenza. Dopo il terzo anno di vita tutto diventa più difficile, perché il cervello perde la sua originaria plasticità. Questo discorso ha implicazioni diverse a seconda del livello socio-economico dei genitori.

Da studi condotti in Canada risulta che le famiglie della classe media, e in particolare le madri, la cui responsabilità individuale e capacità di ridurre i rischi per il proprio bambino sono interpellate, sono in continuo affanno nel tentativo di conciliare lavoro e figli, nella quasi totale assenza di un sostegno pubblico alle attività genitoriali (cfr. Wall 2004, 2010). Mentre i bisogni dei bambini in età prescolare crescono e pressante è l’urgenza di soddisfarli per non mancare l’obiettivo del loro successo futuro, si riduce lo spazio che i genitori hanno per rispondere ai loro bisogni e desideri, sicché per entrambi, genitori e bambini, il rischio è la contrazione della dimensione del benessere presente, schiacciata dalle prospettive di imperdibili realizzazioni future. Accanto alla fatica, d’altra parte, aumentano le spese dedicate alla cura e all’educazione, a cominciare dalla scelta dei giochi intelligenti, accuratamente pensati per rispondere ai dubbi pedagogici di genitori ora consapevoli che i loro errori possono risultare fatali e a cui, quindi, servono istruzioni precise e possibilmente veloci per sapere cosa fare per vedere realizzate le promesse delle neuroscienze e della psicologia infantile (cfr. Nadesan 2002). Quando i genitori non possono prendersi cura direttamente dei figli l’impegno economico, e non solo, è rivolto alla ricerca della migliore scuola materna. Sia quello dei giocatoli intelligenti e creativi, adatti alla stimolazione precoce, sia quello dei servizi all’infanzia sono oggi due tra i mercati più in crescita nei paesi ricchi dell’Occidente. “Oggi, in effetti, – scrive Majia Holmers Nadesan – i bambini della classe media e i loro genitori ansiosi e pieni di aspettative sono stati trasformati in un nuovo segmento di mercato” (Nadesan 2002, p. 414), e sono diventati destinatari di uno specifico marketing che mobilita i risultati delle neuroscienze per arrivare ai suoi consumatori. Le neuroscienze producono, dunque, un sapere o una verità che hanno conseguenze in termini di governo della popolazione, nel senso che inducono a rivedere abitudini e comportamenti, imponendo attraverso la pressione delle norme sociali modelli normativi fortemente condizionanti (Miller e Rose 1990).

Le aspettative che dal discorso delle neuroscienze infantili sono fatte derivare in vista della “produzione efficiente” dei futuri lavoratori della conoscenza, ma anche della prevenzione dei nuovi rischi sociali, hanno aperto un ambito tradizionalmente considerato privato, come quello della cura dei minori in età prescolare, ad un interesse inedito da parte dello stato all’interno del nuovo welfare: il c.d. social investment state o enabling state (cfr. Vandenbroeck, Roose, De Bie 2011). Un interesse avallato anche dal pensiero di autorevoli economisti, come il professor James J. Heckman dell’università di Chicago, il quale da tempo sostiene, rifacendosi proprio ai risultati delle neuroscienze, che l’investimento precoce sui minori in età prescolare, in particolare sui minori che vivono in famiglie svantaggiate, ridurrà la spesa sociale futura e produrrà notevoli profitti sociali ed economici. I bambini che crescono in condizioni di povertà sono più a rischio di abbandono scolastico e di trovarsi da adulti su percorsi di vita devianti: criminalità, dipendenza da sostanze stupefacenti, alcolismo, maternità in età adolescenziale sono alcuni dei fenomeni sociali che possono essere prevenuti grazie ad un intervento precoce sui minori delle famiglie svantaggiate. Anche di recente, il premio Nobel per l’economia, commentando lo State of the Union Address, pronunciato da Obama all’inizio del 2013, col quale il Presidente americano si è impegnato a realizzare un piano federale per garantire a tutti i bambini in età prescolare educazione e cura, ha ripetuto la sua ‘formula magica’: “Every dollar invested in quality early childhood development for disadvantaged children produces a 7 percent to 10 percent return, per child, per year” (Heckman 2013). Secondo i calcoli di Heckman, insomma, lo stato ha un ottimo motivo per investire sui minori: la prospettiva di un ritorno annuo pari al 7-10% della spesa!

In alcune realtà l’intervento sui minori, sostenuto da un costante richiamo alle evidenze provenienti dalle neuro-scienze sull’importanza dei primi anni di vita, si è tradotto in politiche sociali mirate ai poveri e fortemente intrusive nella vita delle famiglie svantaggiate. Basti pensare ai programmi Head start ed Early head start, ora gestiti a livello locale, negli Stati Uniti, e al programma Sure Start nel Regno Unito. Su questa strada si è mosso da tempo anche il governo australiano, che nel 2011 ha annunciato la decisione di finanziare un programma rivolto alle famiglie con minori in difficoltà, che ha come destinatari i genitori e prevede che per due anni questi seguano a casa propria dei corsi di sostegno alla genitorialità. L’obiettivo in questo caso è evidentemente quello di sopperire alle presunte mancanze e carenze dei genitori mediante il sostegno e la guida di esperti. Stravolgendo la tradizionale separazione tra pubblico e privato lo stato sembra ora ritenere che non sia mai troppo presto per intervenire nella vita dei bambini per compensare i deficit dei genitori e i futuri effetti negativi, e conseguenti costi sociali, che da essi deriveranno (Furedi 2011). A problemi sociali come la povertà che richiederebbero interventi strutturali e politiche redistributive si trova così una facile soluzione “pedagogica” che rimanda alla responsabilità individuale: si tratta, infatti, di cambiare lo stile di vita dei genitori poveri e insegnare loro come ridurre i rischi per i loro bambini e, al tempo stesso, di programmare il minore, ancora plasmabile, innocente e lontano da percorsi devianti, mediante progetti educativi precoci che ne sviluppino le potenzialità al fine di renderlo domani un individuo produttivo.

La potenza e l’appeal di questo discorso a livello politico e di cultura di massa fanno sì che le molte voci critiche che di recente si sono alzate tra psicologi, pedagogisti, sociologi e scienziati politici, nonché tra gli stessi neuroscienziati, siano rimaste ai margini e quasi del tutto inascoltate, nonostante la denuncia forte dei molti pericoli che possono nascere dall’uso strumentale che si sta facendo delle neuroscienze. Secondo Bruer (2002), la divulgazione scientifica tende a sopravvalutare le conoscenze attualmente possedute sul funzionamento e lo sviluppo del cervello, a dare un’eccessiva importanza ai primi tre anni di età, rispetto alla complessità del percorso di vita di un individuo e alla capacità del cervello umano di trasformarsi ed evolversi durante tutta la vita, e, infine, a sovrastimare il ruolo dell’educazione ricevuta dai genitori rispetto ad altri fattori e ad altre influenze. Frank Furedi (2012), parla a quest’ultimo proposito dell’emergere di un vero e proprio “parental determinism“.

In una prospettiva di genere (molte sono state le reazioni critiche in ambito femminista), non si può non osservare con inquietudine che nel momento in cui la cura del minore viene per la prima volta ad essere tematizzata come una questione pubblica ciò avvenga all’interno di una logica neoliberista o (come alcuni preferiscono definirla) post-neoliberista (Simon-Kumar, 2011) come quella del social investment state, con un effetto di ulteriore controllo e moralizzazione dei genitori, e soprattutto delle madri, derivante dalla tendenza a spiegare ogni male sociale in termini di un presunto “parental deficit. Tutto ciò senza che ne risultino evidenti vantaggi per il benessere presente del bambino; semmai il contrario, come si può sospettare sia per il carico di aspettative sullo sviluppo delle sue capacità cognitive sia per la tendenza a introdurre fin dalla scuola materna percorsi curricolari che poco spazio lasciano al gioco, alla creatività, allo sviluppo delle abilità motorie e al contatto diretto con l’ambiente naturale e sociale – come ha sottolineato in molti suoi importanti lavori Peter Moss (v., per esempio, Moss 2012).

Bibliografia essenziale

Bruer J., 2002, The myth of the first three years: A new understanding of early brain development and lifelong learning, The Free Press, New York.

Deoni S. C., Dean D. C., Piryatinsky I., O’Muircheartaigh J., Waskiewicz N., Lehman K., Han M., Dirks H., 2013, Breastfeeding and early white matter development: A cross-sectional study, “Neuroimage”, May 28, pp. 77-86.

Forti S. e Guaraldo O., Rinforzare la specie. Il corpo femminile tra biopolitica e religione materna, “Filosofia politica”, 1, 2006, pp. 57-78.

Furedi F., 2011, Nanny state has no business muscling mums and dads out of the way. Australia’s Early Years Learning Framework is based on the assumption that government can never intercede early enough in children’s lives to compensate for the incompetence of their parents. (pubblicato originariamente su “The Australian”, 5 novembre).

Furedi F., 2012, Parental determinism: a most harmful prejudice. David Cameron’s proposed parenting classes are built on the bizarre and destructive idea that parenting determines society’s fortunes.

Hays, S., 1998, The cultural contradiction of motherhood, Yale University Press, New Haven.

Heckman, J., 2013, Lasting economic and social benefits, “The New York Times”, 21 febbraio.

Nadesan Majia Holmer, 2002, Engeneering the entrepreneurial infant: brain science, infant development toys, and governmentality, “Cultural Studies”, 16, 3, pp. 401-432.

Miller P. e Rose N., 1990, Governing economic life, “Economy and Society”, 19,1, pp. 1-31.

Moss, P.,2012, Governed markets and democratic experimentalism. Two possibilities for early childhood education and care, in T. A. Kjørholt & J., Qvortrup (a cura di), The modern children and the flexible labour market. Early childhood education and care, Palgrave, MacMillan, Houndmills, Basingstoke, Hampshire.

O’Connor C. e Joffe H., 2012, Media representations of early human development: Protecting, feeding and knowing the developing brain, “Social Science and Medicine”, XXX, pp. 1-10.

Simon-Kumar, R., 2011, The Analytics of “Gendering” the Post-Neoliberal State, “Social Politics”, 18 (3): 441-468.

Vandenbroeck M., Roose R., De Bie M., 2011, Governing Families in the Social Investment State, “International Critical Childhood Policy Studies”, 4, 1, pp. 69-85.

Wall G., 2004, Is your child’s brain potential maximized?: Mothering in an Age of new brain research, “Atlantis”, 28, 2, pp. 41-50.

Wall G., 2010, Mothers’ experience with intensive parenting and brain development discourse, “Women’s Studies International Forum”, 33, pp. 253-263.

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