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Comments by Commenter

  • Cleonice Tenore

  • Fabio Mazzocchio

    • Il contributo risulta molto chiaro nell’esposizione e coerente nell’organizzazione tematica. Puntuali i riferimenti teorici e bibliografici. Interessante sul piano ermeneutico ed esplicativo il confronto che l’autore propone tra il paradigma politico-filosofico antico e quello moderno. Condivisibile la tesi circa il carattere “impolitico” della Modernità, alla luce della teoria politica classica (e della successiva scissione tra antropologia ed etica che si consuma a partire dalle riflessioni dei padri della modernità politica). Su tale sfondo, l’articolo ben illustra l’opposizione tra realtà e costruzione ideologica in riferimento alla categoria di Popolo e ai tentativi di fondazione “dal basso” dello spazio politico senza “sostegno ontologico”.   

  • FAQ sull’accesso aperto

    • Comment on FAQ sull’accesso aperto on October 8th, 2013

      […] l’informazione poco accurata che circola nei giornali e in rete, abbiamo composto delle FAQ sull’accesso aperto con le relative risposte. Per il momento le abbiamo lasciate generiche. Le renderemo specifiche, […]

    • […] are submitting the article Justice and the Family in a Transnational Perspective by Brunella Casalini to an experimental open peer […]

    • […] traduzione di un saggio di Fichte molto importante per la storia della proprietà intellettuale Prova dell’illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola. Alla fine del processo, una sua copia verrà donata a Wikisource, entro un’operazione più […]

    • […] annunciato il nostro piccolo esperimento qui. Il suo esito provvisorio è visibile qui. Gli unici che hanno risposto all’appello sono stati i cosiddetti  citizen scientists […]

    • Comment on FAQ sull’accesso aperto on October 14th, 2013

      […] Le radici del  movimento per la pubblicazione ad accesso aperto affondano in pratiche storicamente tipiche della comunità scientifiche. In tempi recenti, grazie al combinato disposto della digitalizzazione e delle tecnologie telematiche, ha incontrato un successo crescente presso i governi delle istituzioni e degli stati, mentre è ancora poco noto e talvolta travisato nella massa dei ricercatori. Il seminario – pensato in primo luogo per chi ne ha una conoscenza limitata – tratterà dei principi filosofici, politici ed economici dell’accesso aperto, dei suoi strumenti giuridici e informatici e delle sue prospettive politiche e accademiche.   Si rimanda, come base di discussione, a questa Faq su Roars . […]

    • […] become Wikipedia si è conclusa con successo. La traduzione dell’articolo di Fichte Prova dell’illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola è stata sottoposta a revisione paritaria aperta, e, dopo aver ricevuto dei sostanziali […]

  • Gian Francesco Esposito

  • Maria Chiara Pievatolo

    • L’espressione “ristampa” traduce il tedesco Nachdruck. Ho scelto di usare “ristampa” in luogo di “edizione pirata” perché l’illegittimità della pratica era oggetto di controversia: come ho spiegato altrove, una traduzione più specifica implicherebbe una presa di posizione a priori su qualcosa che, in realtà, era ancora in discussione.

    • Traduzione di J.G. Fichte, Beweis der Unrechtmäßigkeit des Büchernachdrucks. Il testo fu originariamente pubblicato in “Berlinischen Monatsschrift”, Mai 1793; è incluso in J.G. Fichte, Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Werke. vol. 1, 1791-1794, Stuttgart, 1964. L’archivio Marini rende disponibile la sua versione digitalizzata.

    • Mentre Fichte scriveva il suo saggio il diritto amministrativo nel senso contemporaneo del termine stava muovendo i suoi primi passi, nella Francia della Rivoluzione. Sorvolo sulla discussione storica a proposito della presenza o meno di un diritto amministrativo vero e proprio nelle monarchie assolute, perché credo che l’opposizione di Fichte sia fra diritto naturale, che lo stato deve solo riconoscere, e scelta politico-amministrativa. L’osservazione è, in ogni caso, pertinente e aiuta a chiarire il testo: se c’è un diritto naturale, non c’è discrezionalità politico-amministrativa – e dunque la giurisdizione competente è quella del giudice ordinario. Studierò il modo di recepirla.

      Una nota: una revisione paritaria tradizionale, monodisciplinare, avrebbe dato il mio lavoro in pasto a un paio di filosofi. La stessa limitazione del numero dei revisori avrebbe reso molto improbabile una revisione interdisciplinare. La revisione paritaria aperta, di contro, la facilita: come mostra questo caso, dei lettori con una prospettiva extradisciplinare – per esempio giuridica – possono offrire contribuiti che aiutano a migliorare e chiarire il testo.

    • Sì, avevo controllato anch’io a suo tempo. Fichte usa il vocabolario dei diritti reali in modo davvero pesante.

    • Sì, mi era rimasto nella tastiera un “vuole”. L’ho aggiunto e ho reso il resto del passo più scorrevole. Grazie!

    • Sì, la teoria del diritto d’autore di Fichte è pesantemente proprietaria, ma la legislazione attuale è riuscita ad andare oltre. Anche per questo il suo testo merita di essere letto.

      Incidentalmente: le sue osservazioni precedenti stanno fornendo parte dell’apparato storico che intendo mettere nell’articolo esplicativo – e un servizio utilissimo all’eventuale lettore “profano” che si trovasse a passare di qui.

    • Esatto. Il privilegio era una concessione del potere politico – tipicamente conferita all’editore – che insisteva sull’azione della stampa, e non un diritto naturale di proprietà. Come tale, i suoi confini erano strettamente territoriali. In un paese linguisticamente unito ma politicamente frammentato come la Germania del Settecento ciò produceva un’industria della ristampa fiorente e formalmente legale.

    • Il testo tedesco recita “Wir behalten nothwendig das Eigenthum eines Dinges, dessen Zueignung durch einen Andern physisch unmöglich ist.”

      La mia traduzione è letterale e a calco. Quella suggerita è costruita su un’interpretazione. Una simile soluzione, quando si traduce un testo filosofico, non è prudente, perché rischia di infliggere al lettore monolingua l’interpretazione del traduttore incorporandola nel testo. E’ vero che i traduttori sono sempre interpreti, ma, quando si tratta di testi filosofici, una traduzione a calco risulta interpretativamente meno “invadente” di una più libera, e dunque va preferita.

      Legittimare la proprietà sulla base di un “bisogno” è ben diverso dal farlo sulla base di una “necessità”.

      La “necessità”, peraltro, può essere intesa nel suo uso modale, filosofico, o anche nel senso più lato di “bisogno”. Viceversa, il “bisogno” non può essere inteso nel senso modale di “necessità”. Quindi, se scegliessi di tradurre il nothwendig di Fichte associandolo al bisogno restringerei arbitrariamente il suo spettro semantico. Questo, però, non avviene se preferisco renderlo con “necessariamente”: al lettore, in questo caso, rimangono disponibili due opzioni interpretative in luogo di una.

      Personalmente sono convinta che in un enunciato assiomatico il nothwendig debba avere un senso modale ma questo – ai fini della traduzione – non è rilevante.

    • Grundsatz (principio fondamentale) può effettivamente essere tradotto sia come “massima”, sia come “assioma”. Ho scelto di renderlo, filosoficamente, come “assioma” perché subito dopo Fichte dice che è una proposizione immediatamente certa la quale non ha bisogno di dimostrazione. Inoltre la proprietà letteraria di F. è innovativa rispetto alla tradizione romanistica, della quale il Kant citato in nota riconosceva invece l’autorità (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s07.html#kantromano), almeno in quest’ambito.

      Successivamente F. sostiene che lo stile dell’autore, essendo personalissimo, non può essere separato da lui, indicando dunque che non di bisogno, bensì di necessità si tratta.

      E non si scusi. Le sue osservazioni servono a chiarire il testo. Gli autori del ‘700 avevano l’abitudine di non indicare le loro fonti e quindi tutte le ipotesi interpretative meritano di essere verificate.

    • Ho modificato la traduzione di Grundsatz dal più specifico “assioma” al più generico “principio”. Il lettore capirà da sé, dal resto della frase, che in questo caso il principio è un assioma.

      La traduzione specifica commette il peccato – di cui parlavo più sopra – di incorporare un’interpretazione univoca del traduttore per un termine che, in tedesco risulta avere una maggior latitudine.

    • Solo due anni dopo il Detto comune, citato dall’autore per assimilare la posizione di Kant a quella di Locke, la Pace perpetua passa da una posizione liberale a una democratica, che da voce in capitolo a tutto il popolo nello stato, e non più solo a coloro che sono proprietari dei mezzi di produzione (gli indipendenti del Detto comune).

      Questo passaggio così brusco dovrebbe indurre a chiedersi se Kant, con la limitazione del diritto di voto del 1793, stesse effettivamente costruendo, ancora una volta, un modello di stato fondato sull’impolitico, o non tentasse piuttosto di ammettere allo stato – per non farne un concetto vuoto – un’approssimazione empirica di un uomo capace di autodeterminazione politica. Salvo rendersi conto, soltanto due anni dopo, che proprio questa approssimazione empirica rischiava di ridurre lo stato a un impoliticissimo affare di famiglie che decidono per gli altri sulla pace e sulla guerra.

    • Alessandro Bellavista in Munus, “Rivista giuridica dei servizi pubblici”, fasc. 3, 2016, analizza nel dettaglio gli incubi giuridici consequenziali alla valutazione di stato per quanto concerne il reclutamento universitario. Il testo integrale dell’articolo è visibile qui.

    • Questo testo è stato segnalato e discusso su Roars, qui.

  • Sara Mollicchi

    • Nel paragrafo 4. si afferma che la «prepotenza normativa» dei principi sui quali dovrebbe fondarsi una buona società «è tanto più forte quanto meno risulta sostenuta da un resoconto dell’uomo che sia coerente con essi». Questo passaggio riprende l’idea, più volte presentata nell’articolo, che quanto più i principi etici e politici risultano privi di una fondazione nella natura umana, tanto più i moderni sentono in qualche modo di dover supplire a questa incompletezza accentuandone la natura imperativa e potenzialmente manipolatrice nei confronti della realtà. Qui potrebbe forse essere utile apportare dei chiarimenti sul significato del termine «fondazione». In molti passaggi mi sembra che esso si riferisca alla possibilità di giustificare razionalmente i principi e le norme alle quali si aderisce, tanto che, venuta meno la fondazione, si cade nella loro invocazione retorica, in un atteggiamento decisionistico, o nell’illusione di poter fabbricare i propri valori. D’altra parte la «fondazione», in termini metafisici, si identifica anche con la presenza nella realtà di quelle condizioni che rendono possibile la realizzazione concreta dei principi etici e politici. In linea di principio, credo che si possano distinguere le due letture del tema della fondazione: un conto è essere in grado di mostrare che alcuni principi dovrebbero essere perseguiti anche se potrebbe essere difficile farlo, un altro è indicare le ragioni in base alle quali si può avere fiducia che, in un giorno anche molto lontano, i principi in questione informino la realtà. Ora, è possibile che la «prepotenza normativa» dei principi etico-politici, in linea di principio, scaturisca più facilmente dall’eliminazione dell’idea di «fondazione» nel secondo senso, piuttosto che nel primo. Probabilmente Machiavelli non riesce ‒ anzi, come viene sottolineato, neanche ci prova ‒ a offrirci delle ragioni per le quali dovremmo essere retti e coraggiosi come i Romani, né Rousseau riesce spiegarci cosa ci sia di sbagliato nel sottometterci a leggi che non abbiamo noi stessi deciso. Ma il fatto che si debbano escogitare continui stratagemmi per far agire correttamente uomini «rei» e che la figura semi-divina del Legislatore debba intervenire a trasformare la «moltitudine» in un «popolo» dipende da questo? Si può immaginare di sapere in cosa consiste la virtù politica e di saper offrire ottime ragioni a suo sostegno: ad esempio, una ricostruzione di come sia adeguato alla natura umana cercare di realizzare questa virtù. Eppure chi ascolta, o anche chi parla, può in concreto essere incapace di incarnare questa virtù. La reazione a questo problema che, seppure in maniera molto generica, credo di poter rintracciare nella metafisica greca consiste nel negare la sua esistenza, o, almeno, la sua rilevanza . Questa, se non sbaglio, è la ragione per la quale le due nozioni che ho indicato possono saldarsi e sostenersi a vicenda nella metafisica antica. Operando una (forse troppo) forte semplificazione, possiamo riassumere lo schema di ragionamento in questo modo: se abbiamo buone ragioni da offrire in favore della virtù, esse funzioneranno nel convincere le persone a comportarsi in maniera virtuosa, perché le persone sono tali che per natura tendono a comportarsi secondo ragione ‒ anche se non sempre  ci riescono; se è proprio della natura della quale siamo parte seguire un ordine razionale, possiamo avere la ragionevole speranza di trovare una descrizione appropriata di quest’ordine ‒ anche se in questo momento non sappiamo quale sia, o forse ci sono alcuni aspetti di esso che ci sfuggono. Una delle ragioni per le quali il pensiero moderno non accetta questo modo di ragionare, credo, è il colpo molto potente che la descrizione dell’interiorità umana offerta dai primi cristiani ‒ e non solo ‒ ha assestato a questa concezione del senso morale e della motivazione morale.

Source: http://commentbfp.sp.unipi.it/?page_id=1346