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  • J.G. Fichte, Prova dell'illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola (30 comments)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 8th, 2012

      L’espressione “ristampa” traduce il tedesco Nachdruck. Ho scelto di usare “ristampa” in luogo di “edizione pirata” perché l’illegittimità della pratica era oggetto di controversia: come ho spiegato altrove, una traduzione più specifica implicherebbe una presa di posizione a priori su qualcosa che, in realtà, era ancora in discussione.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 8th, 2012

      Traduzione di J.G. Fichte, Beweis der Unrechtmäßigkeit des Büchernachdrucks. Il testo fu originariamente pubblicato in “Berlinischen Monatsschrift”, Mai 1793; è incluso in J.G. Fichte, Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Werke. vol. 1, 1791-1794, Stuttgart, 1964. L’archivio Marini rende disponibile la sua versione digitalizzata.

      Comment by Gian Francesco Esposito on July 30th, 2012

      L’espressione “tribunale dei diritti perfetti” mi sembra essere una traduzione letterale. Non trovo una espressione sostitutiva, ma forse, in nota, va fatto l’esempio dell’attuale diritto italiano: le questioni inerenti i “diritti soggettivi perfetti” sono affrontate dal giudice ordinario

      Comment by Gian Francesco Esposito on July 30th, 2012

      “Usufrutto” in lingua italiana, ha un significato giuridico ben preciso di diritto reale minore. anche in questo caso non mi viene un termine in sostituzione. del resto il concetto resta molto chiaro.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 30th, 2012

      Mentre Fichte scriveva il suo saggio il diritto amministrativo nel senso contemporaneo del termine stava muovendo i suoi primi passi, nella Francia della Rivoluzione. Sorvolo sulla discussione storica a proposito della presenza o meno di un diritto amministrativo vero e proprio nelle monarchie assolute, perché credo che l’opposizione di Fichte sia fra diritto naturale, che lo stato deve solo riconoscere, e scelta politico-amministrativa. L’osservazione è, in ogni caso, pertinente e aiuta a chiarire il testo: se c’è un diritto naturale, non c’è discrezionalità politico-amministrativa – e dunque la giurisdizione competente è quella del giudice ordinario. Studierò il modo di recepirla.

      Una nota: una revisione paritaria tradizionale, monodisciplinare, avrebbe dato il mio lavoro in pasto a un paio di filosofi. La stessa limitazione del numero dei revisori avrebbe reso molto improbabile una revisione interdisciplinare. La revisione paritaria aperta, di contro, la facilita: come mostra questo caso, dei lettori con una prospettiva extradisciplinare – per esempio giuridica – possono offrire contribuiti che aiutano a migliorare e chiarire il testo.

      Comment by Gian Francesco Esposito on July 30th, 2012

      semplice errore tipografico: “in casi del genere”, manca la i

      Comment by Gian Francesco Esposito on July 30th, 2012

      Mi ricredo: il termine usato da Fichte
      “Nießbrauch” si traduce proprio con “usufrutto”

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 30th, 2012

      Sì, avevo controllato anch’io a suo tempo. Fichte usa il vocabolario dei diritti reali in modo davvero pesante.

      Comment by Gian Francesco Esposito on July 30th, 2012

      Probabilmente il passo va rivisto

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 30th, 2012

      Sì, mi era rimasto nella tastiera un “vuole”. L’ho aggiunto e ho reso il resto del passo più scorrevole. Grazie!

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      Reimarus, Johann Albert Heinrich (1729-1814) medico ed erudito tedesco. confronta http://de.wikipedia.org/wiki/Johann_Albert_Heinrich_Reimarus

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      Nell’attuale regime giuridico in Europa il “brevetto di invenzioni industriali” ha durata di 20 anni dal deposito, mentre il diritto d’autore dura fino a 70 anni dalla morte dell’autore

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 31st, 2012

      Sì. Il testo di Reimarus può essere visto qui http://copy.law.cam.ac.uk/cam/tools/request/showRecord.php?id=record_d_1791 o qui.

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      Nel XVI e nel XIII secolo alcuni avventurieri ottenevano dai sovrani europei delle “patenti di corsa” che li autorizzava a depredare le navi nemiche. Particolarmente rilevante fu il numero dei corsari francesi che per molti molti anni ebbero la loro base nell’isola di La Tortue, vicina alle sponde settentrionali di Haiti. Per le loro biografie confronta http://fr.wikipedia.org/wiki/Cat%C3%A9gorie:Corsaire

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      L’imperatore Giuseppe II entrò in conflitto nel 1784 con gli Olandesi principalmente per assicurare il libero sbocco a mare del porto di Anversa, allora nei Paesi Bassi austriaci (ora Belgio) La poca energia usata negli eventi bellici fecero introdurre il nome ironico di “Guerra della marmitta” http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_della_marmitta

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      L’Unione Europea ha introdotto il principio che il diritto d’autore debba essere corrisposto anche per il prestito a domicilio fornito dalle biblioteche pubbliche.
      http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:52002DC0502:IT:HTMLL'Italia ha dapprima previsto una esenzione e dopo la decisione delle autorità giudiziarie europee, ha deciso di corrispondere alla SIAE un importo fofettizzato a carico del bilancio statale.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 31st, 2012

      Sì, la teoria del diritto d’autore di Fichte è pesantemente proprietaria, ma la legislazione attuale è riuscita ad andare oltre. Anche per questo il suo testo merita di essere letto.

      Incidentalmente: le sue osservazioni precedenti stanno fornendo parte dell’apparato storico che intendo mettere nell’articolo esplicativo – e un servizio utilissimo all’eventuale lettore “profano” che si trovasse a passare di qui.

      Comment by Cleonice Tenore on July 31st, 2012

      Il passo in cui parla di stampatori ”predoni” ma muniti di privilegio può avere una chiave di lettura nel fatto che all’epoca non c’erano convenzioni tra gli stati per il reciproco riconoscimento dei “privilegi”. Un’opera stampata con privilegio in Prussia ristampata da un tipografo della Sassonia, anch’esso munito di privilegio nel suo stato. Il paragone è appunto con il corsaro francese che depreda “legittimamente” il mercante inglese. Nel successivo punto 28 si parla di ristampe in paesi in cui l’importazione dei libri “ufficiali” è proibita.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on August 1st, 2012

      Esatto. Il privilegio era una concessione del potere politico – tipicamente conferita all’editore – che insisteva sull’azione della stampa, e non un diritto naturale di proprietà. Come tale, i suoi confini erano strettamente territoriali. In un paese linguisticamente unito ma politicamente frammentato come la Germania del Settecento ciò produceva un’industria della ristampa fiorente e formalmente legale.

      Comment by Gian Francesco Esposito on August 1st, 2012

      Sia pure con molti dubbi propongo una variante (a dire il vero orecchiata un po’ in giro):
      “.. Abbiamo bisogno necessariamente di mantenere la proprietà di una cosa la cui appropriazione da parte di altri, è fisicamente incompatibile” Riflette la distinzione romanistica di beni materiali’ e beni ‘immateriali’. I beni materiali (trascurando la condivisione’ sono o di uno o di un altro. Alcuni beni immateriali possono essere usufruiti da tutti.

      Comment by Gian Francesco Esposito on August 1st, 2012

      “lo si può strappare, bruciare…” E’ chiaro il riferimento alla definizione di proprietà come ”ius utendi et abutendi” L’introduzione dell’espressione è attribuita al giurista francese François Hotman
      (per la biografia vedi vedi http://fr.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Hotman) che l’ha usata nel testo ‘Commentarius de verbis iuris antiquitatum’ che così si esprime a proposito del diritto di proprietà: “Ius ac potestas re quapiam tum utendi, tum abutendi, quatenus iure civili permittitur”

      Comment by Gian Francesco Esposito on August 1st, 2012

      Il passo è autobiografico: Fichte aveva comprato il libro ‘Critica della ragion pura’ l’anno prima di questo scritto e ne era rimasto folgorato.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on August 1st, 2012

      Il testo tedesco recita “Wir behalten nothwendig das Eigenthum eines Dinges, dessen Zueignung durch einen Andern physisch unmöglich ist.”

      La mia traduzione è letterale e a calco. Quella suggerita è costruita su un’interpretazione. Una simile soluzione, quando si traduce un testo filosofico, non è prudente, perché rischia di infliggere al lettore monolingua l’interpretazione del traduttore incorporandola nel testo. E’ vero che i traduttori sono sempre interpreti, ma, quando si tratta di testi filosofici, una traduzione a calco risulta interpretativamente meno “invadente” di una più libera, e dunque va preferita.

      Legittimare la proprietà sulla base di un “bisogno” è ben diverso dal farlo sulla base di una “necessità”.

      La “necessità”, peraltro, può essere intesa nel suo uso modale, filosofico, o anche nel senso più lato di “bisogno”. Viceversa, il “bisogno” non può essere inteso nel senso modale di “necessità”. Quindi, se scegliessi di tradurre il nothwendig di Fichte associandolo al bisogno restringerei arbitrariamente il suo spettro semantico. Questo, però, non avviene se preferisco renderlo con “necessariamente”: al lettore, in questo caso, rimangono disponibili due opzioni interpretative in luogo di una.

      Personalmente sono convinta che in un enunciato assiomatico il nothwendig debba avere un senso modale ma questo – ai fini della traduzione – non è rilevante.

      Comment by Gian Francesco Esposito on August 1st, 2012

      on ho assolutamente la competenza per avventurarmi in temi così difficili, Sono solo un semplice leguleio che ha studiato 50 anni fa e questo forse mi pone fuori strada. Io avevo supposto che il testo in corsivo sia una ‘massima’, un ‘principio giuridico’ Se fosse in latino sarebbe più agevole verificare l’esistenza o meno di una eventuale fonte nel diritto giustinianeo,oppure in quello comune . In tedesco invece la mia rimane una mera ipotesi senza alcun riscontro e chiedo venia se l’ho espressa.

      Comment by Gian Francesco Esposito on August 1st, 2012

      Ovviamente l’incipit era un Non ho.
      Chiedo scusa

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on August 1st, 2012

      Grundsatz (principio fondamentale) può effettivamente essere tradotto sia come “massima”, sia come “assioma”. Ho scelto di renderlo, filosoficamente, come “assioma” perché subito dopo Fichte dice che è una proposizione immediatamente certa la quale non ha bisogno di dimostrazione. Inoltre la proprietà letteraria di F. è innovativa rispetto alla tradizione romanistica, della quale il Kant citato in nota riconosceva invece l’autorità (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s07.html#kantromano), almeno in quest’ambito.

      Successivamente F. sostiene che lo stile dell’autore, essendo personalissimo, non può essere separato da lui, indicando dunque che non di bisogno, bensì di necessità si tratta.

      E non si scusi. Le sue osservazioni servono a chiarire il testo. Gli autori del ‘700 avevano l’abitudine di non indicare le loro fonti e quindi tutte le ipotesi interpretative meritano di essere verificate.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on August 2nd, 2012

      Ho modificato la traduzione di Grundsatz dal più specifico “assioma” al più generico “principio”. Il lettore capirà da sé, dal resto della frase, che in questo caso il principio è un assioma.

      La traduzione specifica commette il peccato – di cui parlavo più sopra – di incorporare un’interpretazione univoca del traduttore per un termine che, in tedesco risulta avere una maggior latitudine.

      […] annunciato il nostro piccolo esperimento qui. Il suo esito provvisorio è visibile qui. Gli unici che hanno risposto all’appello sono stati i cosiddetti  citizen scientists […]

      […] traduzione di un saggio di Fichte molto importante per la storia della proprietà intellettuale Prova dell’illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola. Alla fine del processo, una sua copia verrà donata a Wikisource, entro un’operazione più […]

      Comment by Un dono per Wikisource on November 26th, 2012

      […] become Wikipedia si è conclusa con successo. La traduzione dell’articolo di Fichte Prova dell’illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola è stata sottoposta a revisione paritaria aperta, e, dopo aver ricevuto dei sostanziali […]

  • Roberto Gatti, Il popolo tra realtà politica e finzione ideologica (3 comments)

    • Comment by Fabio Mazzocchio on October 22nd, 2012

      Il contributo risulta molto chiaro nell’esposizione e coerente nell’organizzazione tematica. Puntuali i riferimenti teorici e bibliografici. Interessante sul piano ermeneutico ed esplicativo il confronto che l’autore propone tra il paradigma politico-filosofico antico e quello moderno. Condivisibile la tesi circa il carattere “impolitico” della Modernità, alla luce della teoria politica classica (e della successiva scissione tra antropologia ed etica che si consuma a partire dalle riflessioni dei padri della modernità politica). Su tale sfondo, l’articolo ben illustra l’opposizione tra realtà e costruzione ideologica in riferimento alla categoria di Popolo e ai tentativi di fondazione “dal basso” dello spazio politico senza “sostegno ontologico”.   

      Comment by Sara Mollicchi on October 26th, 2012

      Nel paragrafo 4. si afferma che la «prepotenza normativa» dei principi sui quali dovrebbe fondarsi una buona società «è tanto più forte quanto meno risulta sostenuta da un resoconto dell’uomo che sia coerente con essi». Questo passaggio riprende l’idea, più volte presentata nell’articolo, che quanto più i principi etici e politici risultano privi di una fondazione nella natura umana, tanto più i moderni sentono in qualche modo di dover supplire a questa incompletezza accentuandone la natura imperativa e potenzialmente manipolatrice nei confronti della realtà. Qui potrebbe forse essere utile apportare dei chiarimenti sul significato del termine «fondazione». In molti passaggi mi sembra che esso si riferisca alla possibilità di giustificare razionalmente i principi e le norme alle quali si aderisce, tanto che, venuta meno la fondazione, si cade nella loro invocazione retorica, in un atteggiamento decisionistico, o nell’illusione di poter fabbricare i propri valori. D’altra parte la «fondazione», in termini metafisici, si identifica anche con la presenza nella realtà di quelle condizioni che rendono possibile la realizzazione concreta dei principi etici e politici. In linea di principio, credo che si possano distinguere le due letture del tema della fondazione: un conto è essere in grado di mostrare che alcuni principi dovrebbero essere perseguiti anche se potrebbe essere difficile farlo, un altro è indicare le ragioni in base alle quali si può avere fiducia che, in un giorno anche molto lontano, i principi in questione informino la realtà. Ora, è possibile che la «prepotenza normativa» dei principi etico-politici, in linea di principio, scaturisca più facilmente dall’eliminazione dell’idea di «fondazione» nel secondo senso, piuttosto che nel primo. Probabilmente Machiavelli non riesce ‒ anzi, come viene sottolineato, neanche ci prova ‒ a offrirci delle ragioni per le quali dovremmo essere retti e coraggiosi come i Romani, né Rousseau riesce spiegarci cosa ci sia di sbagliato nel sottometterci a leggi che non abbiamo noi stessi deciso. Ma il fatto che si debbano escogitare continui stratagemmi per far agire correttamente uomini «rei» e che la figura semi-divina del Legislatore debba intervenire a trasformare la «moltitudine» in un «popolo» dipende da questo? Si può immaginare di sapere in cosa consiste la virtù politica e di saper offrire ottime ragioni a suo sostegno: ad esempio, una ricostruzione di come sia adeguato alla natura umana cercare di realizzare questa virtù. Eppure chi ascolta, o anche chi parla, può in concreto essere incapace di incarnare questa virtù. La reazione a questo problema che, seppure in maniera molto generica, credo di poter rintracciare nella metafisica greca consiste nel negare la sua esistenza, o, almeno, la sua rilevanza . Questa, se non sbaglio, è la ragione per la quale le due nozioni che ho indicato possono saldarsi e sostenersi a vicenda nella metafisica antica. Operando una (forse troppo) forte semplificazione, possiamo riassumere lo schema di ragionamento in questo modo: se abbiamo buone ragioni da offrire in favore della virtù, esse funzioneranno nel convincere le persone a comportarsi in maniera virtuosa, perché le persone sono tali che per natura tendono a comportarsi secondo ragione ‒ anche se non sempre  ci riescono; se è proprio della natura della quale siamo parte seguire un ordine razionale, possiamo avere la ragionevole speranza di trovare una descrizione appropriata di quest’ordine ‒ anche se in questo momento non sappiamo quale sia, o forse ci sono alcuni aspetti di esso che ci sfuggono. Una delle ragioni per le quali il pensiero moderno non accetta questo modo di ragionare, credo, è il colpo molto potente che la descrizione dell’interiorità umana offerta dai primi cristiani ‒ e non solo ‒ ha assestato a questa concezione del senso morale e della motivazione morale.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on May 2nd, 2013

      Solo due anni dopo il Detto comune, citato dall’autore per assimilare la posizione di Kant a quella di Locke, la Pace perpetua passa da una posizione liberale a una democratica, che da voce in capitolo a tutto il popolo nello stato, e non più solo a coloro che sono proprietari dei mezzi di produzione (gli indipendenti del Detto comune).

      Questo passaggio così brusco dovrebbe indurre a chiedersi se Kant, con la limitazione del diritto di voto del 1793, stesse effettivamente costruendo, ancora una volta, un modello di stato fondato sull’impolitico, o non tentasse piuttosto di ammettere allo stato – per non farne un concetto vuoto – un’approssimazione empirica di un uomo capace di autodeterminazione politica. Salvo rendersi conto, soltanto due anni dopo, che proprio questa approssimazione empirica rischiava di ridurre lo stato a un impoliticissimo affare di famiglie che decidono per gli altri sulla pace e sulla guerra.

  • FAQ sull'accesso aperto (2 comments)

    • Comment by FAQ sull’accesso aperto on October 8th, 2013

      […] l’informazione poco accurata che circola nei giornali e in rete, abbiamo composto delle FAQ sull’accesso aperto con le relative risposte. Per il momento le abbiamo lasciate generiche. Le renderemo specifiche, […]

      Comment by Seminario di Cultura Digitale on October 14th, 2013

      […] Le radici del  movimento per la pubblicazione ad accesso aperto affondano in pratiche storicamente tipiche della comunità scientifiche. In tempi recenti, grazie al combinato disposto della digitalizzazione e delle tecnologie telematiche, ha incontrato un successo crescente presso i governi delle istituzioni e degli stati, mentre è ancora poco noto e talvolta travisato nella massa dei ricercatori. Il seminario – pensato in primo luogo per chi ne ha una conoscenza limitata – tratterà dei principi filosofici, politici ed economici dell’accesso aperto, dei suoi strumenti giuridici e informatici e delle sue prospettive politiche e accademiche.   Si rimanda, come base di discussione, a questa Faq su Roars . […]

  • Roberto Caso, Una valutazione (della ricerca) dal volto umano: la missione impossibile di Andrea Bonaccorsi (2 comments)

    • Comment by Maria Chiara Pievatolo on May 12th, 2017

      Questo testo è stato segnalato e discusso su Roars, qui.

      Comment by Maria Chiara Pievatolo on July 7th, 2017

      Alessandro Bellavista in Munus, “Rivista giuridica dei servizi pubblici”, fasc. 3, 2016, analizza nel dettaglio gli incubi giuridici consequenziali alla valutazione di stato per quanto concerne il reclutamento universitario. Il testo integrale dell’articolo è visibile qui.

  • Brunella Casalini, Justice and the Family in a Transnational Perspective (1 comment)

  • Maria Chiara Pievatolo, La bilancia e la spada: scienza di stato e valutazione della ricerca (1 comment)

Source: http://commentbfp.sp.unipi.it/?page_id=1345